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Ufficiale e gentiluomo, con i paralimpici delle Forze Armate

Marco Iannuzzi

ROMA - A sei anni sognava di volare, a 21 un tragico incidente durante l'addestramento ha infranto i suoi progetti, provocandogli una lesione spinale lombare. Ma il tenente colonnello dell'Aeronautica militare Marco Armando Iannuzzi si è reinventato la vita e il 3 marzo 2003 è tornato in servizio. Non più ad alta quota, ma con grandi responsabilità e nuove sfide. Da due anni, infatti, è coordinatore delle attività degli atleti paralimpici del ministero della Difesa, come racconta in un'intervista sul magazine SuperAbile Inail: "Quando abbiamo cominciato eravamo in undici, ora gli atleti impegnati in varie discipline sportive sono 35, di cui due donne", riferisce orgoglioso. Nel settembre scorso, a 37 anni, si è sposato con Anna Lucia, ricercatrice in ematologia all'Università La Sapienza di Roma.

Quando è nata in lei la passione per il volo?
Uno zio paterno lavorava alla manutenzione degli aerei nella base dell'Aeronautica militare a Villafranca di Verona. Per il mio sesto compleanno siamo andati a trovarlo durante le vacanze pasquali, con i miei genitori: ricordo tutto di quel giorno, in cui ho deciso che da grande avrei fatto il pilota. Indescrivibile l'emozione provata vedendo gli aerei e salendo a bordo.

Una fantasia di bambino diventata realtà.
Quando a 14 anni portai a casa l'iscrizione all'Istituto tecnico aeronautico invece che al liceo scientifico, in famiglia hanno capito che facevo sul serio. A 16 anni ho preso il brevetto civile, primo piccolo passo per diventare un pilota con la P maiuscola. Quattro anni dopo, al terzo tentativo, ho vinto il concorso in Aeronautica militare da pilota: sono arrivato 22esimo su 100. Nel tempo libero praticavo scherma e podismo, nulla di agonisticamente puro ma neppure a livello amatoriale.

Dopo neanche due anni, l'incidente.
Era il gennaio del 2000. Durante una missione di volo addestrativo, si è spento il motore dell'aereo; non abbiamo lasciato il velivolo perché era governabile e poteva cadere sulle case, così l'istruttore e io abbiamo tentato l'atterraggio di emergenza. Ma lo spazio era troppo angusto per fermare la corsa e siamo caduti in una scarpata di 17 metri. Il colpo dal basso verso l'alto ha provocato l'esplosione di una vertebra lombare, completa ma bassa. Dopo due anni e mezzo di fisioterapia per sette-otto ore al giorno (compresa quella in acqua), sono riuscito a camminare con stampelle e tutori. Un percorso reso possibile grazie al sostegno dell'Aeronautica militare, che ha coperto gran parte delle spese della riabilitazione.

Dove ha trovato la forza di ricominciare da capo?
La famiglia di origine mi è stata vicino e mi ha fatto capire che c'erano altre possibilità di futuro. Poi ho scoperto il nuoto come sport agonistico, con nuo- vi stimoli e obiettivi: iniziando nel 2002 a gareggiare per gioco, in sette anni ho vinto otto titoli italiani; se prima dell'in- cidente facevo 50 metri in 35 secondi, da disabile ce ne ho messi 29,9, cinque in meno. È stato decisivo anche rientrare in servizio, l'ho chiesto con forza e convinzione nonostante la difficoltà: le opportunità sono quelli che ti poni.

Com'è stato il rientro al lavoro non fra le nuvole, ma dietro a una scrivania?
È cambiato tutto. All'inizio ho dovuto capire dove mi trovavo: per me l'Aeronautica militare era il volo, al massimo l'hangar. Invece mi sono accorto che è un mondo che va al di là delle Frecce tricolori e delle previsioni meteo. Prima ho lavorato per la Rivista aeronautica, poi nella comunicazione istituzionale, invitando i giovani a investire su se stessi, sull'impegno nello studio: in fondo è quello che ho fatto su me stesso, puntando sulle mie capacità.

Da due anni coordina i militari con disabilità che si cimentano nello sport agonistico. In che consiste il suo lavoro?
All'inizio c'erano solo fogli di carta e riunioni, con tanta voglia di attivare la Sezione promozione e sviluppo della pratica sportiva per il personale disabile della Difesa. Che nel 2013 è diventata una realtà capace di far vedere altri orizzonti ai militari che subiscono lesioni permanenti nelle missioni di pace, nelle fasi di addestramento, negli incidenti in itinere e anche quando sono liberi dal servizio. Dopo un infortunio spesso e volentieri ci si perde in un limbo di paure, perplessità e burocrazia che non aiutano. Invece questa Sezione ha l'obiettivo di non far sentire solo nessuno e di presentare le opportunità che restano, compresa quella di praticare 22 discipline sportive.

Un impegno in sinergia con il Comitato italiano paralimpico?
A dicembre 2014 il ministero della Difesa ha siglato un protocollo d'intesa con il Cip, così abbiamo creato il quinto gruppo sportivo militare paralimpico: una novità assoluta nel nostro ambito, in forte contrasto con l'immaginario collettivo che ci vorrebbe sempre e solo fisicamente perfetti. Inoltre ci tengo a sottolineare che il nostro ufficio non fa differenza tra le forze armate.

Cosa ama di più del suo lavoro?
Ricevo tante soddisfazioni grazie alle imprese dei ragazzi. Alla sesta edizione dei Giochi mondiali militari in Corea del Sud, dal 2 all'11 ottobre, per la prima volta hanno partecipato atleti con lesioni fisiche permanenti: in quattro hanno vinto tre medaglie. Al di là del podio, che dà il giusto riconoscimento agli sforzi, la vera gioia sta nella partecipazione e nell'ottenere giusti risultati. Siamo un gruppo coeso, con un forte spirito di appartenenza.

Le prossime sfide?
Alle Paralimpiadi di Rio 2016 avremo una convocata per l'atletica, un altro nella Nazionale di tiro a segno. Abbiamo anche un arciere con ottime premesse. Nel frattempo stiamo provando a fare sport di squadra: sitting volley e wheelchair rugby.

Marco Iannuzzi ha gareggiato agli Invictus Games di Londra riservati agli atleti militari disabili, promossi dalla Royal Foundation e dal ministero della Difesa britannico. (Laura Badaracchi)

(12 febbraio 2016)