Dicembre 2018

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CAMBIARE ORIZZONTE di Andrea Canevaro

Dialogo immaginario sul vantaggio reciproco

L’aiuto reale porta un vantaggio reciproco. Ma sembra una favola: la realtà è che al mondo ci sono quelli che hanno bisogno e quelli che... possono, se vogliono, aiutare. Non raccontateci favole. La crisi, economica e morale, non è una favola, e ha dimostrato che solidità e solidarietà vanno d’accordo. Sarà, ma intanto va a lavorare chi ha conoscenze. Se poi uno è disabile... L’Italia è una repubblica fondata sulle conoscenze.

Nel 2009 Leonardo Callegari, della cooperativa bolognese Csapsa, illustrando a suo tempo l’iniziativa che ha raccolto, con il patrocinio dell’Università di Bologna, numerose aziende solidali, ha scritto che esistono molte aziende solidali solide, basate sull’inclusione e coesione sociale. Il vantaggio reciproco è negli elementi di competitività, nel sistema valoriale, e nell’impresa sostenibile: al profitto corrisponde un guadagno sociale valutabile.

Favole... racconti favole...

Usciamo dal nostro piccolo mondo. Dovremmo imparare dall’empowerment. Arjun Appadurai (2011) è uno studioso, antropologo, statunitense e indiano, di Mumbai, che chiamavamo Bombay.

I poveri di Mumbai hanno vissuto un’evoluzione avviata dai gabinetti. Creati e curati, la qualità della vita è cambiata, e i numeri dei bambini avviati alla vita adulta, sono cambiati. I cambiamenti possono essere avviati e realizzati da una novità relativamente piccola. Quella giusta, che si produce inserendosi bene nel tessuto. E come si scopre questa novità che chiamiamo giusta? La logica del domino può aiutare a trovare la risposta. Tale logica è basata: sulle possibilità combinatorie; sull’individuazione “creativa” delle combinazioni (domino colore, ma anche domino numeri, domino figure, ecc.); sul valore dei collegamenti; sulla necessità di non lasciare un pezzo di domino senza collegamenti; sulla possibilità di “attaccare” un nuovo pezzo o pedina da qualsiasi parte.

stati uniti

Starbucks ha aperto un nuovo caffè per sordi dopo quello in Malesia. Si trova a Washington

Starbucks ha aperto il primo caffè in lingua dei segni degli Stati Uniti. Il secondo dopo quello di Kuala Lumpur, in Malesia. Si trova all’incrocio tra la Sesta strada e la H street di Washington, proprio in fondo alla via in cui sorge il campus dell’Università di Gallaudet. La stessa che il manager dello store Matthew Gilsbach, non udente, ha frequentato quando era uno studente perché è uno dei pochi atenei al mondo creato per dare un’istruzione universitaria ai ragazzi sordi e con problemi di udito. In questo caffè tutto il personale è tenuto a conoscere la lingua americana dei segni, anche se ci sentono benissimo, e molti membri dello staff sono sordi. A distinguere baristi e camerieri è il classico grembiule verde di Starbucks: quello del personale non udente riporta la scritta con l’alfabeto segnato. Ogni settimana, poi, sulla lavagna del locale c’è una parola diversa scritta in lingua dei segni: così tutti i clienti possono imparare qualcosa.

La comunità dei non udenti include un ampio spettro di persone audiolese: c’è chi è completamente sordo e chi invece qualcosa sente. «Questo negozio riunisce tutti, anche le persone udenti», ha detto Crystal Harris, una delle bariste. Joey Lewis, nato in Corea ma adottato da una famiglia americana, è anche lui laureato presso la Gallaudet: spera di diventare un insegnante di storia per bambini sordi e intanto sta dietro al bancone di Starbucks. Dopo aver conseguito la laurea magistrale otto anni fa, perfino il direttore dello store ha avuto difficoltà a trovare un lavoro nel suo campo: il tasso di disoccupazione, infatti, è abbastanza elevato tra le persone sorde o con problemi di udito, e molti dipendenti del caffè non sono riusciti a trovare un’occupazione nonostante il titolo di studio e la qualifica. Anche in Italia esiste un’esperienza simile: è il bar Senza nome a Bologna. (Foto di Joshua Trujillo)

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