Dicembre 2018

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LIBRI

Se la fragilità si chiama sindrome di Asperger

Susanna Tamaro
Il tuo sguardo illumina il mondo
Solferino 2018
208 pagine, 16,50 euro

«Ho la sindrome di Asperger, è questa la mia invisibile sedia a rotelle, la prigione in cui vivo da quando ho memoria di me stessa». Il coming out di Susanna Tamaro arriva solo a pagina 159 del suo ultimo volume Il tuo sguardo illumina il mondo, un racconto autobiografico di sorprendente sincerità, articolato sotto forma di lettera al suo amato e compianto amico Pierluigi Cappello: il poeta friulano, scomparso a ottobre del 2017, dopo aver trascorso gli ultimi 34 anni della sua vita in sedia a rotelle per un brutto incidente, quando era ancora minorenne, sul sellino posteriore di una moto.

Quando i due si incontrano per la prima volta Susanna Tamaro ha già fatto il pieno di consensi e di critiche grazie al suoVa dove ti porta il cuore che, con i suoi 18 milioni di copie vendute, è diventato uno dei romanzi più apprezzati e discussi della letteratura italiana degli ultimi decenni. La scrittrice è attratta dalla sensibilità del poeta Cappello, ma teme che egli possa condividere lo sprezzante giudizio dei suoi detrattori. Invece, tra loro nasce presto un’amicizia semplice e intensa, fatta di gesti e cose del quotidiano che nulla hanno a che vedere con l’attività letteraria. Entrambi friulani, parlano delle scuole frequentate, delle passioni e degli hobby, della difficoltà di convivere con la propria diversità.

Pierluigi ha paura di essere apprezzato per la sua disabilità prima che per la sua poesia ed è ferito dal giudizio di quanti pensano che la sua fama derivi in gran parte dall’handicap. Susanna sconta la sua diversità assoluta, totale, rispetto agli altri. Una storia che è cominciata nei primi anni dell’infanzia per arrivare, solo pochi anni fa e al termine di un lungo girovagare da un neurologo all’altro, alla diagnosi di sindrome di Asperger: «Scoprire, dopo quasi 60 anni, che la mia sedia a rotelle aveva un nome e che quel nome illuminava tutto ciò che mi aveva tormentato dai tempi dell’asilo è stato il momento più liberatorio della mia vita».

Fin dall’infanzia Susanna è un enigma, per la mamma e quanti le vivono intorno. Alla fine dell’asilo la direttrice sentenzia: «Ritengo molto probabile che finirà i suoi giorni in un ospedale psichiatrico». E quelle parole rischiano di trasformarsi in una profezia che si autoavvera, allorché la sua diversità cominciò ad assumere i contorni della malattia: la casa famiglia, gli psicofarmaci, le fantasie suicidarie, la solitudine di chi vive in un mondo indecifrabile.

Da piccola le cose che fanno gioire gli altri la lasciano indifferente. Avvenimenti di cui gli altri bambini nemmeno si accorgono le provocano strazi interiori. Più tardi ciò che per le persone è normale per lei assume le sembianze di una scalata dell’Everest. I rumori la fanno impazzire, le facce la intimoriscono, gli imprevisti la terrorizzano, non capisce mai quello che gli altri si aspettano da lei. «Trent’anni di presenza pubblica sono stati per me un vero incubo», ammette.

Eppure la scrittrice ha un carattere stabile, solare e curioso che le permette di sopravvivere alla sua stessa fragilità, facendo di essa una bussola, nella ricerca incessante di un equilibrio interiore. Ciò che ti ferisce, ti indica anche la strada giusta per te, si potrebbe sintetizzare. E per Susanna la serenità risiede in un vita semplice e spartana, a contatto con la natura e gli animali. Illuminata dall’amicizia e quanto più possibile in sintonia con gli aspetti più vulnerabili di sé. [Antonella Patete]

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