Dicembre 2018

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TEMPO LIBERO/1 Benessere

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gramma specifico. La scuola Csen, che mi ha permesso di prendere il diploma, per il prossimo corso di istruttori yoga mi ha chiesto di fare formazione sul Saluto al sole: per me è un enorme successo». I benefici dello yoga sono grandi, soprattutto per chi, come Patrizia, passa la giornata seduto su una sedia a ruote, spesso in posizione scorretta. Ma forse ancora più grande è il beneficio mentale: «Passare attraverso l’esperienza di un “corpo rotto” è una sorta di corsia preferenziale per il risveglio all’attenzione, alla consapevolezza e alla resilienza in ogni singolo momento della giornata», spiega nel libro. «Si è praticamente obbligati a essere molto presenti se si vogliono compiere anche solo piccoli gesti, che sono così semplici da potersi trasformare facilmente in automatismi. Per noi niente è scontato o automatico. Lo yoga può essere defaticante e aiuta anche ad accettare la sconfitta. In piedi o seduti, sdraiati, immobili o saltellando, la vera pratica è percepire la nostra vera natura al di là del corpo-mente. Yoga e meditazione sono per tutti».

Oggi, “Yoga a raggi liberi” è «un marchio con tanto di brevetto istituzionale che mi consente di diffondere quanto più possibile questa pratica con il fine che anima tale intento di condivisione: dare sostegno e speranza a chi ha dovuto, come me, passare attraverso l’esperienza forte di un trauma fisico e fare della propria disabilità un campo di pratica. Il mio obiettivo è che lo yoga possa arrivare a essere praticato in tutte le unità spinali dove ci sono pazienti che rimangono ricoverati per almeno tre mesi».

Un’impresa in cui Patrizia Saccà crede molto, coltivando una speranza che racchiude in un’immagine: quella del vaso giapponese. «In Giappone c’è una tecnica di lavorazione della ceramica molto diffusa, che si chiama kinstugi, letteralmente riparare con l’oro. Secondo i giapponesi, il vaso rotto e riparato con le venature dorate, che sono a loro volta il risultato dell’unione dei pezzi frantumati, starebbe a significare la vita e i cambiamenti che essa porta con sé. Proprio come noi abbiamo fatto della resilienza un’arte da praticare nelle difficoltà impreviste, così anche il vaso è fiero di mostrare i segni di ciò che ha superato con fatica. Questa è la metafora che ho scelto per la mia paraplegia. Mi auguro che ognuno possa riuscire a fare di un corpo rotto o di un altro dolore, un prezioso tesoro come un vaso giapponese».

Al Don Gnocchi l’armonia delle campane tibetane

Il suono e la vibrazione si trasmettono al corpo. E in qualche caso contribuiscono alla riabilitazione. È quanto avviene con i cosiddetti “trattamenti suono-vibrazionali”, che sono espressione di un approccio olistico alla persona perché agiscono, congiuntamente, su corpo, mente e spirito. Tra gli strumenti utilizzati a questo scopo ci sono le campane tibetane, “ciotole” di metallo suonate se colpite e sfregate con un percussore sul bordo esterno: adagiate in diversi punti del corpo e nelle sue immediate vicinanze, sollecitate nel modo giusto e in un ambiente adeguato, esse producono un suono e una vibrazione che si trasmettono a chi riceve il trattamento. Un sapere originario dell’Asia antico mille anni, oggi messo a frutto a Legnano (Milano) dall’associazione Amici della sequoia, che promuove iniziative per migliorare la qualità della vita degli ospiti della residenza sanitaria per persone disabili del Centro multiservizi Don Gnocchi. È qui che il progetto “Suonoterapia con le campane tibetane armoniche e altri strumenti ancestrali” ha coinvolto, per sei mesi, 35 utenti tra i 10 e i 70 anni, con trattamenti individuali e di gruppo. E, stando ai feedback raccolti, il risultato è positivo: diminuzione della rigidità corporea, rilassamento psicofisico, riduzione dell’apatia e dell’agitazione. A dimostrare che il suono, se usato con “maestria”, può essere un valido alleato nella riabilitazione di chi ha una grave disabilità. [C.L.]

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