Dicembre 2018

Visualizza la pagina 23 di SuperAbile Inail di Dicembre 2018 in formato .pdf

Usa i tasti direzionali avanti e indietro della tastiera per sfogliare la rivista

Scarica la pagina in formato .pdf

Scarica l'intera rivista in formato .pdf

Scarica Adobe Reader per visualizzare le pagine in formato .pdf

INSUPERABILI Intervista a Claudio Imprudente

Come ho trasformato la sfiga in una sfida

Formatore, giornalista, fondatore della storica organizzazione bolognese Centro documentazione handicap, blogger, ha la tetraparesi spastica e si esprime attraverso un comunicatore oculare. E ora ha appena pubblicato la sua autobiografia

Benedetta Aledda

Giornalista, scrittore, presidente onorario del Centro documentazione handicap di Bologna, fondatore della comunità Maranà-tha, in cui vive, per SuperAbile è autore della rubrica “Inchiostro”. È nato nel 1960 con una grave lesione cerebrale, che gli impedisce di parlare ma non di comunicare. Lo fa puntando lo sguardo sulle lettere e le cifre incollate su una tavoletta trasparente posta tra lui e l’interlocutore. La stessa tavoletta che ha usato anche quando, nel 2011, ha ricevuto dall’Università di Bologna la laurea honoris causa in Formazione e cooperazione. «Negli anni questi occhi mi hanno insegnato a non dare mai nulla per scontato», chiarisce Imprudente. «Quando sono nato, i professionisti e i medici intorno a me davano per scontata una vita da vegetale. Se le traiettorie che racconto nel libro sono così colorate, diverse e interessanti è proprio perché i miei cari genitori, Rosanna e Antonio, non hanno dato nulla per scontato». E ora la sua storia è confluita in un libro autobiografico Da geranio a educatore (Erickson), scritto insieme al sociologo Enrico Papa.

Nel libro ha raccontato la sua esperienza di persona con disabilità. Chi era ilgeranio e chi è l’educatore?

Il geranio e l’educatore sono la stessa persona. Quello che è importante rivelare è quando quel geranio ha iniziato a educare, a seminare germogli, a contribuire a quell’humus circostante, quel contesto di cui prima si era nutrito e che ora aveva bisogno anche del suo contributo. Quel momento fondamentale nella mia vita avviene nei primi anni Ottanta, quando un gruppo di ragazzi con disabilità grave decisero che non volevano più essere soggetti passivi ma cittadini attivi, per dare un contributo alla società. Culturalmente, politicamente e istituzionalmente, fino a quel momento ci era stata negata la possibilità di scegliere, e ora volevamo trovare il nostro spazio, uno spazio che fosse il primo passo verso la realizzazione dei nostri ideali: creare una nuova cultura della disabilità.

È diventato senso comune che le persone con disabilità siano da includere e non da assistere. Cosa manca perché l’inclusione avvenga nei fatti?

In certi casi credo manchi il sapere fare rete, la partecipazione, la condivisione, necessari a creare il contesto che facilita l’inclusione reale. Come racconto nel libro, la mia storia d’inclusione parte dal lavoro fatto dalla mia famiglia, poi dai miei amici, dai miei insegnanti. E via via che si costruiva il contesto tutti mettevano il proprio mattoncino. Da quelli che erano insieme a me nelle battaglie per la legge sull’integrazione scolastica, a quelli che erano al mio fianco quando noi persone con disabilità avemmo l’idea folle, nel lontano 1982, di fondare il Centro documentazione handicap. Ma anche quelli più inconsapevoli, che le mie traiettorie particolari mi hanno fatto incrociare: autisti di bus, bagnini, bidelli.

È vero che è stato lei a introdurre in Italia l’espressione “diversamente abile”? Perché oggi si tende a non usarla più?

Sì, per la precisione, la parola “diversabile”. Oggi riconosco che ha perso il carattere rivoluzionario degli esordi, quando la riflessione e la discussione su parole come “integrazione”, “diritto” e “disabilità” era accesa, contraddittoria e vivace. La storia delle “parole giuste” da utilizzare meriterebbe uno spazio ampio. Ghettizzare intere fasce della società civile in labili etichette è infatti il rischio più comune dell’uso di termini noti come “handicappato”, così comune da diventare la prassi nei nostri discorsi, al bar, a scuola, al supermercato, sul lavoro. Peccato però

  - CONTINUA A PAGINA 23

22