Dicembre 2018

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do le difficoltà, la molla che mi fa continuare è ripensare alle origini, quando i ragazzi avevano paura degli urti, dei placcaggi, alcuni erano violenti, altri disorientati. Ma passo dopo passo, percepisci che la soddisfazione più grande è vederli trovare una propria dimensione nel gruppo. Aiuti loro e aiuti te stesso, oltre che dare sollievo ai genitori. Altrimenti che si fa? Facciamo finta che non esistono?». La condivisione dei principi base di questo sport come la correttezza e il rispetto per l’avversario, la necessità di costruire insieme per raggiungere obiettivi, la caparbietà di avanzare metro per metro portano in media 30 bambini e ragazzi autistici ogni sabato su questo campo, oggi illuminato da un sole pallido sufficiente a scaldare atleti e passanti.

Giacomino ha 27 anni, è alto pressappoco due metri e pesa 120 chili. Oltre al rugby pratica anche basket e atletica, ma per quanto riguarda l’ovale, nessuno lo butta giù, va in meta camminando, come se si stesse godendo una visita al Colosseo. Francesco, la mascotte, di gran lunga più giovane, sgattaiola sotto le gambe degli adulti rubando pezzi di crostata al cioccolato offerti per il terzo tempo.

Appoggiati alla staccionata che delimita il rettangolo di gioco, stringo la mano ad Alberto, 51 anni, padre di Francesco: «Il rugby è stato una svolta per i nostri figli. Hanno imparato a rispettare la fila, le attese, a passare il pallone, a stare in gruppo, quando solo l’idea di camminare tra la gente li spaventava. Senza contare che l’ovale aiuta tanto anche noi: le chiacchiere, lo stare assieme alleggeriscono una condizione dura da accettare». Intanto il piccolo Mario corre sull’erba attratto da un raggio di sole, un’ombra, forse una nuvola passeggera.

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