Dicembre 2018

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rimbombanti dei brani di Caparezza pressate sulle orecchie. «Il rugby mi piace. Ogni lunedì vengo qui allo stadio, mi alleno poi ritorno in comunità. Al torneo di Pontedera mi sono divertito, abbiamo mangiato la trippa per cena. Dobbiamo dirci altro?», conclude, svanendo in poco meno di cinque secondi. A bordo campo passeggia Bruno, che riporta una frattura scomposta al mignolo sinistro, rimediata durante lo stesso torneo in cui Giuseppe divorava piatti di trippa.

Pongo a Luca Longo, 24 anni, giocatore delle Tigri Bari e allenatore, la stessa domanda posta a tutti coloro che si occupano di rugby integrato. «Cosa è cambiato nei pazienti dopo aver scoperto il rugby?». «Sicuramente si sentono più spronati ad andare incontro alle proprie paure, con la consapevolezza che non si è soli. Si sono aperti al dialogo, alle relazioni, gradualmente, nei limiti del possibile, stanno uscendo dalla campana di vetro. E far parte della rete Trust, che vede coinvolte anche altre realtà di rugby integrato tra Pontedera, Milano, Colorno e Cremona, li aiuta molto in questo, permettendo un confronto con altri ragazzi e promuovendo questa disciplina attraverso tornei a loro dedicati». Il rugby come atto politico per affermare l’autodeterminazione, insiste Mauro, che non indossa il camice bianco per la stessa ragione per cui si occupa di rugby integrato: ridurre la distanza con i pazienti, perché l’unica via possibile è l’uguaglianza, riscoprirsi comunità annullando le categorie, a volte anche gli antidepressivi e gli psicofarmaci.

Riannodando il nastro degli incontri fatti, approdiamo nei vicoli di Bari Vecchia assediata dalle luminarie di San Nicola. Un bambino cingalese pedala velocemente intorno al rione, ogni due

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