Dicembre 2018

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come se gli spalti, i fischi, le ole dei tifosi e il rimbombo dei placcaggi fossero solo un abbaglio.

Gli Atipici Rugby di Bari. Lo sport come cambiamento e liberazione. Ogni evento pulsa nel luogo in cui si è consumato, delegando la testimonianza alle crepe rimaste. L’8 agosto del 1991 il mercantile albanese Vlora, partito da Durazzo e respinto a Brindisi, attracca finalmente nel porto di Bari, col suo carico brulicante di esuli albanesi in fuga da 45 anni di dittatura comunista. Circa 11mila immigrati, comprese donne e bambini, vennero prima internati nel vecchio stadio Della Vittoria, e poi rimpatriati in Albania. Ne rimasero in Italia solo 1.500, i quali avevano fatto la domanda di asilo politico.

«Ricordo nel 1991 gli elicotteri sorvolare lo stadio, lanciare pane e bottiglie d’acqua ai migranti ammassati sulle scalinate di quello che oggi è il più grande stadio di rugby di tutto il Sud Italia», mi informa Mauro D’Alonzo, riccioli nerissimi e septum al naso, psichiatra, rugbista e ideatore del progetto Atipici Rugby Bari. La squadra degli Atipici nasce nel 2014 dal progetto “Uniti alla meta”, con lo scopo di promuovere, come in terra veneta e altrove, il rugby integrato come strumento di cambiamento sociale favorendo il reinserimento e l’integrazione psichica di persone con vissuti di disagio di vario grado. Realizzato con il patrocinio del Comune di Bari e della Federugby Puglia, è stato supportato col tempo da una miriade di realtà, tra cui la Asd Tigri Rugby Bari, alcune cooperative sociali locali (La Zarzuela, Spazi Nuovi, Apollo, eccetera), alcuni Centri di salute mentale di Bari e provincia.

«Lo scopo del laboratorio sul campo, che una volta a settimana prende vita all’interno dell’Arena della Vittoria, è trasformare un’esperienza sportiva in un territorio di cambiamento e di liberazione, ritrovandosi attorno ai rimbalzi di un ovale, a prescindere dal disagio psichico», prosegue Giulio Palmieri, 37 anni, operatore sociale e ideatore, insieme a Mauro, del progetto in questione. Ci raggiunge trafelato dal lavoro, apparendo nella caligine vaporosa del primo pomeriggio, mentre il quartiere Marconi tutt’attorno è privo di vita, e solo il maestrale che si abbatte violento sui padiglioni della Fiera del Levante sembra dare un tocco di vitalità a un’area dormiente.

In campo, circondato dalle maestose gradinate in cemento, conosco Giuseppe, un ragazzone che mantiene uno sguardo vacuo e schivo, le cuffie

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Qui e a fianco gli Atipici Rugby di Bari, tra i giocatori della squadra ci sono anche persone con vissuti di disagio psichico

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