Dicembre 2018

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Il ronzio dei riscaldamenti accesi e gli schiamazzi del piazzale Flaminio intasato da bancarelle, panini alla porchetta e sciarpe tricolori fungono da sottofondo per la seconda parte dell’allentamento mattutino. «Nel rugby c’è un ruolo per ciascuno, non importa quanto sia grave la disabilità che ti porti addosso, perché l’ovale è una grande famiglia dove non esiste individualità ma solo collettivo», racconta Marco, sostenuto sottobraccio dal fratello Roberto, barba ben curata e spalle massicce.

Tempo di una doccia e tre sigarette artigianali e ci tuffiamo nella moltitudine di tifosi colorati diretti allo stadio Flaminio per il secondo appuntamento del Sei Nazioni, schivando facce dipinte, dossi e scalini. «Pensavo che per un tetraplegico fare sport fosse praticamente impossibile», sentenzia Rufo, scostando un folto ciuffo di capelli e spingendo con foga la carrozzina nel marasma di corpi oblunghi. «Fatico ancora adesso a guadagnarmi pezzi di autonomia nella vita quotidiana, ma da quando gioco a rugby ho acquisito molta più forza e resistenza. Ho la mente sempre lì: gli allenamenti, la pagina Facebook, la ricerca di altre persone con disabilità da liberare dalla reclusione delle mura domestiche. Credo che si debba trovare sempre un motivo per andare avanti, e io l’ho trovato nei miei figli, Micol, Isabel e Isac, rispettivamente di nove, sette e cinque anni. Nella vita occorre dare, ancora prima di prendere, è questo il segreto. Perché in fondo il rugby in carrozzina è come il rugby normale, in base alle tue capacità ti metti a servizio della squadra. Io, con la lesione che ho sono adatto a difendere e quindi farò in modo di mandare in meta un compagno di squadra, anziché me stesso», conclude Rufo pacatamente, continuando a sorridere e a guardare di fronte a sé,

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Sopra: gli Atipici Rugby di Bari. A fianco e nelle pagine precedenti, i Romanes Wheelchair Rugby di Roma in alcuni momenti di allenamento

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