Ottobre 2018

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fonate, ma una sola iscrizione. Quindi il corso è saltato, ma siamo ben decisi a riprovarci: servono pazienza e tenacia per diffondere questa cultura. Il kite regala uno stato di benessere pazzesco – assicura –: ti porta tra vento e mare e questo trasmette un senso di libertà bellissimo. Posso dire che praticare kite ti cambia la vita. Ed è vero per tutti, tanto più per chi ha un limite fisico, che con questa disciplina riesce a superare».

Perché, diversamente da quanto si crede, «il kite non richiede una muscolatura o capacità particolari: con una buona preparazione e un adeguato allenamento, può essere praticato veramente da tutti. Certo, per chi ha una disabilità servono istruttori competenti, tavole speciali e strutture balneari accessibili, con passerelle e sedie job. Ma serve soprattutto una cultura di questo sport speciale “per tutti”. Per quanto ci riguarda, siamo intenzionati a seminarla e diffonderla».

Alessandro e Giorgio, le promesse italiane

Alessandro ha 18 anni e vive a Napoli. Aveva più o meno dieci anni quando si è avvicinato al kite. Dopo l’incidente in moto, ha interrotto, ma solo per sette-otto mesi: il tempo necessario per reperire l’attrezzatura adeguata. «Certo, ora è più complicato – racconta –, soprattutto entrare in acqua: ma solo in quel momento ho bisogno di una mano da parte dei miei amici. Per il resto, non vedo tante difficoltà rispetto a prima».

Giorgio ha 37 anni, vive a Napoli e anche lui, come Alessandro, ha ripreso tavola e aquilone nonostante la disabilità dovuta, nel suo caso, alla malattia. «Dopo la diagnosi di sclerosi multipla, il corpo ma soprattutto gli arti inferiori si sono molto indeboliti: ho sempre bisogno di un appoggio e nei lunghi tratti uso la carrozzina – riferisce –. Ho quindi dovuto abbandonare il kite, che era la mia passione, per più di tre anni».

Poi, lo scorso anno, Giorgio ha visto per la prima volta Alessandro praticare il kite da seduto. «Ero un po’ scettico – confessa –, ma dentro di me speravo sempre di recuperare e tornare a farlo in piedi come prima. È stata mia moglie a spingermi, prima contattando Vanina Puteri, poi facendomi comprare la tavola. Non avevo più scampo. Così, un sabato di maggio, al circolo velico HangLoose di Gizzeria (Catanzaro) ho conosciuto il meraviglioso staff e il capo istruttore Guido, il mio angelo custode, che mi segue ancora adesso».

Ritornare in spiaggia «e allo stile di vita surfistico è stata per me una gioia immensa: ora faccio kite in maniera un po’ diversa, è vero, ma altrettanto divertente. Sul kite mi sento libero, in pace, dimentico di avere una malattia, non sento più la mia disabilità. Sulla tavola produco una quantità di serotonina ed endorfina che nessun farmaco potrebbe mai darmi». [C.L.]

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