Ottobre 2018

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Anche le femministe, pur rivendicandolo, hanno trattato molto poco il tema. Questo perché «quei ruoli tradizionali, che sono spesso vissuti come luoghi di oppressione da parte delle donne normodotate, diventano invece fonti di emancipazione per quelle disabili, che vivono l’accesso agli stessi come modalità di autoaffermazione della propria soggettività negata», commenta Maria Giulia Bernardini, ricercatrice in Filosofia del diritto presso l’Università di Ferrara, nel suo contributo al libro. In sostanza, la rivendicazione della propria autonomia e del diritto di decidere del proprio corpo, che rappresenta l’assunto comune, è per le femministe la possibilità di liberarsi dal ruolo da sempre loro attribuito di essere mogli e madri, mentre per le donne disabili è reclamare proprio quel ruolo che a loro, invece, viene negato.

Un percorso, quello delle femministe, riduttivo e poco convincente, dunque. Almeno agli occhi di Rosanna Benzi, che ha vissuto in un polmone d’acciaio per 29 anni, protagonista negli anni Settanta di importanti battaglie per i diritti delle persone con disabilità, che decise di staccarsi dal gruppo femminista di cui faceva parte. Una testimonianza dirompente a cui Lavinia D’Errico dedica il suo saggio. Rosanna, prima di compiere 14 anni, contrae la poliomielite bulbo-spinale, che provoca tetraplegia e insufficienza respiratoria, e si ritrova a vivere la sua esistenza in una stanza dell’ospedale genovese San Martino, chiusa in un respiratore artificiale. «Dentro la grande macchina respiratoria che ingoia il suo corpo, rendendolo insieme invisibile e ipervisibile, Benzi lotta per l’abbattimento di barriere architettoniche e mentali. Questioni urgenti e tuttavia ancora distanti dal discorso pubblico», racconta D’Errico.

Nonostante la sua particolare situazione, Rosanna ha la possibilità di vivere una vita piena, di partecipare alla discussione sociale e politica del tempo, di frequentare una moltitudine di persone che vanno a farle visita con incessante continuità, di amare ed essere amata.

Attraverso la rivista Gli altri, da lei fondata, Benzi impone fin da subito il tema della sessualità. Anche nell’autobiografia scritta nel 1984 con il giornalista Saverio Paffumi e intitolata Il vizio di vivere, dedica pagine intense alla sua dimensione affettiva e sessuale, parlando della sua esperienza e dei suoi desideri. «Bisognerà imparare a trattare l’handicappato come una persona capace di sentire, di amare e di dare, tanto da poter credere che qualcuno lo possa riamare, desiderare, sia fisicamente che spiritualmente. Non ho mai dubitato, nemmeno per un istante, che amare un uomo ed essere riamata fosse un mio diritto, com’è diritto di ogni donna. Ma prima di gridarlo, quanta paura di essere fraintesa, di sembrare ridicola o, ancora peggio, illusa. Quindici o vent’anni fa non era certo che tutti capissero, che tutti vedessero la fantasia anziché la follia; il sentimento anziché la perversione; l’amore anziché il peccato».

Rosanna Benzi è morta nel 1991. Il suo discorso sul diritto di vivere una vita piena è ancora fermo a 30 anni fa. E la sessualità delle persone con disabilità continua a essere un tabù. «Questo – afferma Alessandra Straniero, assegnista di ricerca in Pedagogia speciale presso l’Università della Calabria – è un tema che va ancora scandagliato, con testimonianze di donne che hanno fatto un percorso di empowerment e che vogliono rivendicare la propria autonomia e la propria autodeterminazione. Un tema che è necessario esca dall’invisibilità e che entri a far parte della coscienza collettiva».

Il volume Il visibile e l’invisibile. Studi sull’esponibilità dei corpi femminili, a cura di Lavinia D’Errico e Alessandra Straniero (Aracne 2018, 132 pagine, 9 euro), raccoglie cinque saggi di altrettante autrici, di cui tre dedicati alla disabilità delle donne. L’illustrazione è di Sabrina Lupacchini.

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