Ottobre 2018

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SOTTO LA LENTE Femminismi

Il corpo delle donne disabili (reclama visibilità)

Una doppia discriminazione che anche il pensiero femminista stenta a prendere in considerazione. Anche perché le donne con disabilità spesso rivendicano proprio la possibilità di ricoprire i ruoli messi maggiormente in discussione: quelli di moglie e madre

Marina Piccone

Sono corpi invisibili. Non legittimati a essere esposti pubblicamente, ad avere un ruolo nella società né una vita sentimentale e sessuale. Sono i corpi delle persone con disabilità, confinati tra le pareti domestiche, al riparo dal mondo dei corpi visibili, da cui sono divisi da un perimetro invalicabile. È il tema del libro Il visibile e l’invisibile. Studi sull’esponibilità dei corpi femminili, a cura di Lavinia D’Errico e Alessandra Straniero, pubblicato quest’anno da Aracne editrice. Dei cinque saggi proposti, tre si raggruppano intorno al tema della disabilità in rosa. «Se oggi Bebe Vio, con il suo corpo protesico mostrato nelle gare sportive, nell’ironica esibizione degli arti staccati e riattaccati all’interno di trasmissioni televisive o in costume da bagno al mare, rappresenta un modo nuovo di pensare e parlare delle persone con disabilità, non dimentichiamo che quelli dei disabili sono stati corpi lungamente occultati dalla società e segregati in casa o negli istituti, corpi che impietosivano, turbavano o incuriosivano, corpi da guardare obliquamente o corpi da non guardare», scrivono le autrici nell’introduzione al libro.

E se la disabilità è discriminata, quella femminile lo è ancora di più. «Quella delle donne è una doppia discriminazione», afferma Lavinia D’Errico, ricercatrice Cerc (Center Robert Castel for Governmentality and Disability Studies) all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. «Mentre per gli uomini è più facile pensare a una vita affettiva, con figli, alle donne viene ancora proposta la sterilizzazione, prospettando conseguenze nefaste: parti complicati, figli minati dalla stessa malattia, impossibilità di prendersene cura. La sessualità, soprattutto, è ancora un tabù. Pensiamo a queste donne come a esseri asessuati che, in mancanza di una famiglia e della possibilità di progettare una vita indipendente, hanno come unico, possibile orizzonte, una vecchiaia da trascorrere in un istituto. Una vita segnata».

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