Luglio 2018

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CULTURA

LIBRI

Perdere la voce. E lo “smalto” del successo

Tiziano Scarpa
Il cipiglio del gufo
Einaudi 2018
384 pagine, 21 euro

Nell’intreccio di questo romanzo ambientato nella Venezia di oggi si affollano decadenza e voglia di vendetta. Minacciose proprio come il titolo, Il cipiglio del gufo, che non promette nulla di ameno. Uno dei protagonisti – delineato dalla maestria navigata di uno scrittore come Tiziano Scarpa, autore targato Einaudi da oltre 20 anni e premio Strega nel 2009 –, si trova sul ciglio del burrone dove sta per veder precipitare successo, fama e guadagni.

La vita di Nereo Rossi, il radiotelecronista più famoso d’Italia con cui anche i passeggeri di un treno vorrebbero scattare un selfie, è praticamente giunta al capolinea: «Mi è stata diagnosticata una malattia degenerativa del cervello. A me sembrava di stare bene, ma il mio medico di fiducia ha insistito per farmi fare una quantità di test e analisi; fra l’altro costosissime. Forse vivrò ancora a lungo, ma potrei dimenticare chi sono», confessa lui stesso nelle prime pagine del volume, avvincenti proprio per il fascino oscuro e grottesco dei personaggi, che si dibattono nelle loro esistenze problematiche come in apnea.

L’autore si muove con scaltrezza nella città lagunare e globale dov’è nato 55 anni fa, mettendo a frutto anche le capacità rappresentative oltre che quelle immaginative: dall’inizio degli anni Novanta a oggi, infatti, ha scritto una quindicina di testi per la scena e per la radio. E si sente questo gusto per la fiction nei tratti di Nereo Rossi, nella descrizione dei particolari e degli abiti quasi si trattasse di una sceneggiatura in cui nulla può essere lasciato al caso. Ma a colpire è la qualità della scrittura, quasi maniacale e mai leziosa, che affonda nelle pieghe psicologiche come fossero di burro. Nella non accettazione della malattia e del declino che questa comporta, d’immagine e di realtà, il personaggio si svela in tutta la sua nuda meschinità. Non gli interessa solo che le sue telecronache calcistiche e la sua «parlantina che adesso si sta sfasciando, e che presto cadrà a pezzi», abbiano perso lo smalto di un tempo: vuole tenere nascosta «la notizia della malattia» quasi fosse un’onta, anche per un vecchio. Proprio perché sa che gli resta poco tempo, vuole vendicarsi del suo rivale. Per farlo sfrutta le conoscenze che gli ha procurato il suo mestiere: coinvolge l’uomo più potente d’Italia, che gli deve alcuni favori, e si fa accompagnare da un giovane biografo a cui racconterà la sua vita. «Mi aiuta la rabbia. Il risentimento è tonificante, mi dà forza. Pellecchia, De Ceteris, Edmondo Locchi, e tutti gli altri che mi hanno fatto dei torti: mi basta farmeli venire in mente per sentire una sferzata di energia»: amara consolazione per chi non accetta di avvicinarsi alla fine.

Eppure, lungi da ogni giudizio o condanna, lo sguardo del narratore (e del lettore) esprime simpatia e compassione per le pagine di diario che Nereo continua ad annotare, nello sforzo di non perdere parole, ricordi e brandelli di vita vissuta: «Le cose si allontanano da me, sprofondano verso l’orizzonte. Dappertutto ci sono dei punti di fuga, molto distanti, e le cose che mi stanno intorno vengono ri-succhiate laggiù. Le case, gli alberi, le nuvole. Tutto se ne va, tutto se ne sta andando. Anche nelle stradine e negli spazi più stretti mi sento al centro di una piazza immensa e vuota. Gli edifici retrocedono, scivolano all’indietro, diventano piccolissimi, come in un binocolo guardato alla rovescia. Tendo le mani, per trattenerli». [Laura Badaracchi]

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