Giugno 2018

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Cambiare orizzonte di Andrea Canevaro

L’aiuto esagerato. E quello giusto

Maria Montessori afferma che la competenza, fin da molto piccoli, vede l’opera dell’altro come un’azione sull’ambiente di sgombero dagli ostacoli (il primo dei quali è la troppa voglia di aiutare dell’educatrice stessa) e di offerta di opportunità perché la competenza si esprima. Insistiamo: l’aiuto esagerato diventa protezione. Nel film Gaby, una storia vera di Luis Mandoki (1987) si racconta la storia di Gabriela Brimmer, nata a Città del Messico da una famiglia ebrea, emigrata dall’Europa per salvarsi dalle persecuzioni naziste. Gaby ha una lesione cerebrale. Quando un soggetto presenta dei bisogni speciali, legati a una disabilità, il contesto familiare si sente del tutto incapace di far fronte alle attività di cura educativa, e pensa che il solo modo di affrontarlo sia affidarsi ai “tecnici“, che sanno. Nella storia di Gaby, Florencia Morales è una domestica, che ha sentito parlare di Gaby dalle altre domestiche come di una bambina mostruosa. Ma lei vuole accertarsi di come è esattamente e di nascosto la porta, nella notte, in cucina. Non sa nulla della diagnosi. Prende in braccio Gaby, ed attinge idee e proposte dal proprio contesto di campagna. Per esempio, prende il movimento della gamba che rovescia il cucchiaio con la pappa, non come un movimento involontario, ma voluto. Innesta su quello un piccolo codice non verbale per il “no grazie“, “sì per favore“. Non la protegge e neppure si sostituisce alla sua volontà, ma attiva un rapporto coevolutivo – l’analfabeta Florencia imparerà scrittura e lettura, mentre Gaby evolverà da quei primi codici empirici verso un codice condiviso che le permetterà di scrivere a macchina e di scrivere la propria storia – che non sarebbe stato possibile se Florencia avesse rinunciato alla propria ignoranza, per lasciare “interpretare” ogni gesto di Gaby da chi conosce la diagnosi.

La protezione induce al vittimismo. Alla convinzione che non si abbiano diritti e doveri, ma diritti e solo diritti. Favori, condiscendenze, sguardi pietosi. E gli aiuti di cui si ha bisogno non devono viziare: questo tipo di aiuti è pessimo, vere e proprie polpette avvelenate. La stessa Carta costituzionale nei principi fondamentali sancisce che, insieme al riconoscimento di un diritto, vi è anche l’assunzione di un dovere e non vi è possibilità di scindere diritto e dovere.

da mostrare

Il bello delle protesi personalizzabili? Assomigliare a un supereroe con i superpoteri

Non più da nascondere, facendo in modo che siano il più simili possibili a braccia e mani vere, ma da esibire con orgoglio. Perché fanno assomigliare a Iron man, a Elsa (la protagonista di Frozen) o ai personaggi di Star wars. Oppure perché fanno sentire chi le indossa come se avesse un superpotere. Sono le protesi personalizzabili e colorate messe a punto dall’azienda Open Bionics di Bristol (Regno Unito). Quelle tradizionali, ha spiegato a Wired Health la responsabile Samantha Payne, «finivano per far sentire le persone ancora più disabili». La società ha chiesto quindi ai pazienti (bambini, giovani e adulti) di disegnare la loro mano ideale. «Le risposte sono state sorprendenti». Da qui sono nate protesi ispirate a fumetti, cartoni animati e film, per esempio Terminator. Stampate in 3D, permettono la motricità fine delle dita – cioè la capacità di afferrare oggetti – e sono super cool.

Ma non si tratta di una novità in assoluto: prima di loro c’era già il network americano Enabling the future, una comunità di appassionati con idee low cost e open source (cfr. SuperAbile Inail, novembre 2014). Per informazioni sull’azienda britannica, openbionics.com.

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