Giugno 2018

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storie di guarigione. La malattia mentale è come il diabete o l’ipertensione. C’è un minimo di medicinali che ogni paziente malato deve assumere per tutta la vita. Se segue la cura con costanza, nessuno si accorge che era affetto da depressione o disturbi psichiatrici.

In Italia 40 anni fa venivano chiusi i manicomi. Come vengono trattati i disturbi mentali in Africa?
Con abbandono e segregazione. Ho visto persone legate agli alberi con le catene. Avviene nei villaggi e avveniva negli ospedali. Dove non c’è più la costrizione fisica, le persone comunque hanno timore dei malati di mente. Hanno paura che siano pericolosi, posseduti. Hanno paura della loro miseria e sofferenza. Accade che i malati percepiscano questo terrore negli altri, finendo per isolarsi e rinchiudersi ancora di più in se stessi. Dove abbiamo creato i nostri centri nessuno usa più le catene.

Quanti sono i centri e qual è il vostro metodo di cura?
In Costa D’Avorio ci sono quattro centri che ospitano non meno di 200 malati ciascuno; nel Benin altri quattro, in Togo due, in Burkina Faso uno. E poi ci sono le comunità per il reinserimento nella società: sei in Costa D’Avorio, tre in Benin, una in Togo. Abbiamo aperto anche due ospedali. Ci aiutano medici, infermieri e suore, che hanno dei dispensari e sono punti di collegamento cruciali con i centri principali. Le nostre terapie si basano sul principio che operatori e malati debbano vivere insieme, senza muri. Molti degli operatori sono ex pazienti: ho imparato sulla mia pelle che i malati si possono occupare dei loro simili. Quando sta meglio, poi, ogni paziente può lavorare: il suo reinserimento nella società avviene anche attraverso un mestiere.

Come avviene la liberazione di un uomo incatenato a un albero? Si rischiano ritorsioni da parte di comunità o famiglie?
È fondamentale un passaggio: quando vado in un villaggio, chiedo prima che la comunità sia disponibile a riaccogliere il malato una volta guarito. Devono guardare in faccia il cambiamento per capire che queste persone non sono possedute dal demonio. Slegare le catene è soltanto il primo passo, ma la cura senza la cultura non serve.

L’hanno chiamata il “Basaglia africano”. Conosceva la vicenda dello psichiatra italiano Franco Basaglia?
Solo dal 1998, quando degli psichiatri italiani sono venuti nei nostri centri e mi hanno soprannominato così. Fino ad allora non ne avevo mai sentito parlare. Ma lui era uno psichiatra, un medico. Io sono solo un cattolico e ho cercato di vivere vedendo nel malato la figura di Gesù Cristo.

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