Giugno 2018

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L’INCHIESTA Segregazione bianca

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disabilità e costituiscono una delle modalità con cui la Repubblica italiana assolve al suo obbligo costituzionale di provvedere al mantenimento dei cittadini inabili al lavoro e sprovvisti dei mezzi necessari per vivere, specie quando le famiglie non ci sono più o non sono in condizione di farlo». Tra l’altro, come ricorda nella postfazione al volume, il presidente della Fish, Vincenzo Falabella, l’istituzionalizzazione non è cosa da poco neppure in termini di bilancio: «Assorbe cifre esorbitanti di spesa pubblica – chiarisce –: tra anziani, persone nel circuito della salute mentale e persone con disabilità si raggiunge la spesa di 18 miliardi di euro l’anno. Per mantenere a casa propria quelle stesse persone la spesa si riduce a 12 miliardi di euro».

Recentemente il tema della segregazione, reale o potenziale, all’interno delle strutture residenziali ha attirato anche l’attenzione del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. Quest’organo, nato nel nostro Paese appena due anni fa, deriva le proprie prerogative da due precisi strumenti normativi: la stessa legge istitutiva, che gli attribuisce potere di controllo e vigilanza su tutti i luoghi in cui le persone possano risultare concretamente private della libertà, e il protocollo opzionale alla Conferenza delle Nazioni Unite contro la tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti, che prevede l’istituzione, da parte di ogni Stato, di un’autorità che vigili sulla privazione della libertà in diversi contesti, incluse le residenze per disabili o anziani. «La privazione della libertà personale ha dei confini molto larghi – spiega il garante Mauro Palma –. Da quest’anno abbiamo esteso il nostro impegno alle persone in regime di trattamento sanitario obbligatorio e alle strutture residenziali. Il primo passo è stato un lavoro di ricognizione, cioè un censimento realizzato attraverso un sistema di geolocalizzazione».

L’intento iniziale della campagna del garante non è tuttavia la denuncia, bensì la costruzione di un rapporto di fiducia e collaborazione con i gestori dei servizi residenziali per migliorare le condizioni di vita degli ospiti. «Siamo partiti con un approccio soft – prosegue Palma –. Le prime tre visite sono state annunciate, ma le prossime saranno a sorpresa. Il nostro obiettivo non è tanto quello di individuare i maltrattamenti e le situazioni eclatanti, quanto di far capire come queste strutture, anche quando hanno a che fare con persone con disabilità molto gravi, devono ispirarsi a due principi ineludibili: garantire il più alto grado possibile di autonomia e conservare la relazione con l’esterno, perché altrimenti si creano ghetti».

Che la segregazione non sia acqua passata risulta chiaramente dalla testimonianza di Donata Vivanti, persona da sempre impegnata con vari ruoli nell’associazionismo a favore delle persone disabili e attualmente presidente della Fish Toscana. Madre di due figli con disabilità ed elevata necessità di sostegno, decide insieme al marito di aiutarli a trovare la propria strada, come avevano già fatto i loro fratelli maggiori. La prima scelta cade su una struttura re-

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