Giugno 2018

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lenze, avvenuti in luoghi e contesti diversi, come le famiglie e le scuole. Ma ancora una volta a fare da scena del crimine sono soprattutto le strutture residenziali a porte chiuse. Le storie si susseguono, simili nella diversità. Spinte, ceffoni e insulti a un gruppo di persone disabili in vacanza a Cervia (Ravenna) da parte degli operatori di una cooperativa piemontese. A Ravenna anziani sequestrati e maltrattati nella casa famiglia che avrebbe dovuto prendersi cura di loro. Otto arresti e due interdizioni della professione medica in una struttura riabilitativa di Potenza per ripetuti e violenti maltrattamenti su alcuni pazienti disabili. L’elenco sembra non finire mai, eppure per i promotori del progetto i crimini portati alla luce dalle forze dell’ordine rappresentano soltanto la punta dell’iceberg.

Segregazione non fa necessariamente rima con abuso e violenza, fa notare il curatore del libro Giovanni Merlo, che è anche direttore della Ledha, storica organizzazione lombarda comprendente 180 associazioni e coordinamenti di persone con disabilità e loro familiari attivi nel territorio regionale. «Ma è chiaro che nelle strutture più chiuse e impermeabili alla relazione con l’esterno aumenta il rischio di assistere a casi di maltrattamento di vario genere e tipo», spiega. La realtà più diffusa resta però quella di una segregazione bianca, che non fa notizia e non interroga l’opinione pubblica. «Esiste una spiccata tendenza alla sanitarizzazione all’interno dei contesti di cura – precisa Merlo –. Può esservi una grande attenzione nei confronti delle persone, ma se manca la possibilità di relazione con l’esterno e l’attenzione verso un progetto di vita proprio, se le porte rimangono chiuse, siamo comunque di fronte a un processo di segregazione».

Eppure la segregazione all’interno delle strutture residenziali resta un tema dimenticato, scomodo, ignorato perfino dalle persone disabili e dai loro familiari. Come se la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari e il dibattito sulla necessità di creare condizioni abitative in stile familiare nato intorno alla legge 112, più nota come legge sul dopo di noi, bastassero a esaurire il dibattito. Ricacciando nell’angolo più remoto dell’inconscio la situazione dei servizi residenziali che, sottolinea Merlo, «continuano comunque a esistere, sono riconosciuti dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone con

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L’impegno della Fish contro la segregazione delle persone disabili. Ecco come funziona il progetto

Stabilire in quali casi i servizi residenziali per persone con disabilità possano essere definiti “segreganti” per chiederne la chiusura o, quanto meno, la sospensione dei finanziamenti pubblici. Questo è l’obiettivo del progetto “Superare le resistenze: partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri”, realizzato dalla Fish (Federazione italiana superamento dell’handicap) e cofinanziato dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali con i fondi previsti dalla legge 383 a sostegno delle associazioni di promozione sociale. Il progetto, che nasce dalla volontà di investigare le ragioni della resistenza alla piena attuazione della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, si focalizza su un punto specifico del documento approvato dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel 2006 e ratificato da oltre 170 Paesi: l’articolo 19 che riconosce il diritto alla vita indipendente e alla piena inclusione nella comunità. In particolare, la Convenzione sancisce il diritto di tutte le persone con disabilità a vivere nella comunità con la stessa libertà di scelta delle altre persone, sottolineando la necessità di garantire loro l’accesso a una serie di servizi a domicilio o residenziali e ad altri servizi sociali di sostegno, compresa l’assistenza personale necessaria per impedire che siano isolate o vittime di segregazione.

Nello specifico, il progetto della Fish è articolato in quattro fasi: la ricerca della produzione scientifica sul tema della segregazione, la raccolta dei dati statistici disponibili e dei casi di cronaca riportati dagli organi di informazione, 15 focus group regionali rivolti a esponenti dell’associazionismo, operatori del settore e amministratori pubblici, infine una Conferenza di consenso, svoltasi a giugno dello scorso anno, che ha prodotto un documento conclusivo nel quale viene ribadita la necessità di sostenere un’azione mirata e continuativa in grado di garantire alle persone con disabilità il diritto di scegliere dove e con chi vivere. Il volume La segregazione delle persone con disabilità. I manicomi nascosti in Italia, curato da Giovanni Merlo e Ciro Tarantino e pubblicato di recente da Maggioli, rappresenta una sintesi di questo percorso di approfondimento. I dati e le due testimonianze riportate nell’inchiesta sono tratti dal libro. [A.P.]

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