Maggio 2018

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al volante di una macchina di ultima generazione è grazie al grande lavoro che negli anni ha coinvolto soprattutto automobilisti disabili, ex piloti, associazioni, artigiani, aziende e istituzioni.

Attualmente avere una disabilità fisica non preclude il conseguimento della patente di guida, ma non è stato sempre così. Quello che può essere considerato il primo Codice della strada, datato 1933, non prevedeva in alcun modo la possibilità di guida per chi avesse delle disabilità fisiche di qualsiasi tipo. Il testo parlava chiaro: la patente va solo a chi «non è affetto da malattie fisiche o psichiche e non presenta deficienze organiche di qualsiasi specie che gli impediscano di condurre con sicurezza un’automobile». Ci sono voluti 26 anni prima di registrare una timida apertura. E molto lo si deve a quei pionieri che si misero all’opera senza aspettare che norme e regolamenti prevedessero una persona disabile al volante.

A raccontare i primi passi di una rivoluzione è Stefano Venturini, segretario nazionale di Anglat, Associazione nazionale guida legislazioni andicappati trasporti. «Siamo a cavallo tra il 1958 e il 1960 – ricorda –. La patente per i portatori di handicap non c’era. Due persone, un paraplegico e un artigiano, si presentarono al ministero (dei Trasporti, ndr): uno perché voleva tornare a guidare, l’altro perché sosteneva di poter inventare dei dispositivi per la guida delle persone disabili». I due, insieme, riuscirono a dimostrare che gli ausili realizzati permettevano di guidare in sicurezza. «L’artigiano era Otello Venturini, mio padre – puntualizza il segretario nazionale di Anglat –, e l’altro era Socrate Ulivi, paraplegico fiorentino. Da lì, finalmente, il ministero prese in esame la possibilità di una patente per le persone disabili e fece una discreta legge che è durata fino ai tempi nostri».

Ed è così che, nel 1959, il nuovo Codice della strada, introdotto con il Testo unico sulla circolazione stradale n. 393, inizia a prevedere la possibilità di rilascio della patente anche a chi ha delle disabilità fisiche, consentendo la guida di «motocicli, motocarrozzette e autovetture» con prestazioni limitate. Nasce la patente F per quei veicoli appositamente adattati, oppure le patenti A o B cosiddette limitate. Bisogna aspettare il 1962, con la circolare ministeriale 63, perché si arrivi a una classificazione più puntuale delle diverse disabilità fisiche e degli adattamenti da montare sulle vetture. Una decina di anni più tardi, la legge 62 del 1974 amplia la rosa delle categorie di veicoli che possono essere guidati da chi ha disabilità fisiche: non più solo quelle individuate dal testo del 1959, ma anche «autoveicoli per il trasporto promiscuo di persone e cose, autocarri, autoveicoli per uso speciale o per trasporti specifici», sempre con alcune limitazioni in parte superate con norme successive.

Ci avviciniamo agli anni Ottanta e sul circuito di Long Beach, in California, un noto pilota svizzero con ben cinque Gran Premi all’attivo termina la propria carriera in Formula 1 andandosi a schiantare a 250 chilometri orari contro la vettura di un altro pilota. Per via dell’impatto perde l’uso delle gambe. Il suo nome è Clay Regazzoni e prima dell’incidente è già un mito per gli amanti delle quattro ruote. Un campione che presto diventerà un simbolo anche per gli automobilisti disabili. In quegli anni, intanto, una nuova leg-

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A lato Bebe Vio, fresca di patente. Nella pagina precedente, Andrea Lo Niglio e il suo veicolo adattato dal Centro protesi Inail di Vigorso di Budrio (Bologna).

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