Maggio 2018

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Cambiare orizzonte di Andrea Canevaro

C’è dono e dono. L’arte del dare e quella del ricevere

Un dono entra nella casa di un’altra persona. Speriamo che si comporti bene. Non è scontato. Potrebbe pretendere troppo. Farla da padrone. Umiliare. Potrebbe succedere che, motivato dall’immagine di un essere umano con una disabilità, il dono finisca per prendere in considerazione solo quella, escludendo l’essere umano.

Un dono non dovrebbe occupare uno spazio imponente, costringendo chi lo ospita a essere ospitato. Dovrebbe essere preceduto da messaggeri cortesi, capaci di farlo diventare punto di convergenza di due scelte: quella di chi dona e quella di chi riceve il dono. Questa convergenza permette che si arrivi a pensare, anche senza formularlo in parole: «Ci siamo fatti un regalo». Questo equilibrio riduce il rischio della benevolenza. Per liberarsene, bisogna riconoscersi schiavi e non illudersi di essere padroni: l’essere minoranza può essere avere il compito, non trascurabile, del lievito per la pasta; la maggioranza che si crede padrona di tutto non fa lievitare la pasta. E per farlo bisogna decentrarsi un po’, possibilmente, se non è chiedere troppo, con gioia. L’obbligo al servizio reciproco dovrebbe essere invece una scelta.

In tutto questo si infila, o si insinua la questione del gratuito e della gratuità. Quante volte il gratuito è finalizzato all’utile? E la segreta ricerca dell’utile rende obbligatorio il gratuito? Può succedere, dobbiamo ammetterlo, che il dono non sia gratuito, senza che l’utilità perseguita segretamente sia da considerare con severità.

Chi dona non deve essere né invadente né padrone; chi riceve dovrebbe essere accogliente, evitando l’atteggiamento che parte dal presupposto che nessun dono restituirà ciò che gli è stato tolto. Un dono non è un risarcimento danni. È un segno, piccolo, che nel vivere la realtà di questo mondo non siamo circondati da nemici minacciosi.

Cervo Mite, un indiano del sud del Dakota nato nel 1903 e morto nel 1974, diceva: «Tutti noi dobbiamo imparare a vederci come parte di questa Terra, non come un nemico che viene dall’esterno e cerca di imporre la sua volontà».

dillo con un touch

Apple propone 13 nuove emoji per rappresentare e comunicare se stessi e la disabilità

Apparecchi acustici, persone in carrozzina (anche elettrica), protesi per arti superiori e inferiori, un uomo e una donna con il bastone bianco utilizzato dai ciechi, cani guida con il guinzaglio o l’imbracatura, segni usati dai sordi per indicare la vittoria o per dire “ti amo”. Sono le immagini di 13 nuove emoticon per rappresentare le disabilità, sviluppate da Apple insieme al Consiglio americano delle persone cieche, alla Fondazione Usa sulle paralisi cerebrali e all’Associazione nazionale delle persone sorde degli Stati Uniti.

«Diversificare le opzioni disponibili aiuta a riempire un vuoto e a garantire un’esperienza inclusiva per tutti», scrive l’azienda nella proposta per le nuove emoji sull’accessibilità presentata all’Unicode Consortium. La decisione è attesa a breve, quando il comitato tecnico si riunirà a San Jose. «Crediamo che la tecnologia debba essere accessibile a tutti e fornire un’esperienza che risponda ai bisogni individuali – fa sapere Apple –. Le emoji sono un linguaggio universale e uno strumento potente di comunicazione, così come una forma di espressione di sé, e possono essere usate non solo per rappresentare una condizione personale, ma anche per dare supporto a una persona cara».

Questo nuovo set di emoji, dunque, «si propone di rappresentare le persone disabili. Non si tratta di una lista comprensiva di tutte le possibili forme di disabilità, ma è un primo passo per una maggiore presenza delle persone disabili nell’universo delle emoticon».

Se l’Unicode Consortium dovesse approvare la proposta di Apple, le nuove emoticon farebbero la loro comparsa nella seconda metà del 2019, quando verrà rilasciata la Emoji 12.0. Ma questi simboletti non sono una novità in assoluto: l’associazione inglese Scope ne aveva creati ben 18 in occasione delle Paralimpiadi di Rio de Janeiro. [L.P.]

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