Maggio 2018

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INSUPERABILI Intervista a Elena Improta

L’ordinaria diversità di una mamma

La sua vita è diventata «una continua emergenza» dopo la nascita del figlio, gravemente disabile. Lasciata sola dal marito, ha lottato tenacemente per non perdersi. E per costruire un presente e un futuro al suo ragazzo

Chiara Ludovisi

«Aprire le sbarre della tua gabbia, della tua disabilità, è la mia unica ragione di vita»: parola di Elena Improta, mamma di Mario, gravemente disabile dalla nascita. Ma prima ancora, donna: un’identità, questa, che ha dovuto difendere dagli attacchi scagliati da un parto difficilissimo, una vita affettiva complicata, la disabilità del figlio e l’abbandono da parte del marito. Ma per commiserarsi non c’è tempo, i giorni scorrono e il domani, il cosiddetto “dopo di noi”, si avvicina inesorabile. Tutto questo Elena Improta l’ha raccontato in un libro, Ordinaria diversità. Diario di una figlia, moglie e madre, edito da Ponte Sisto, con la prefazione di Walter Veltroni.

Perché questo libro? E perché scriverlo adesso?
Più che un libro, è un diario, uno strumento terapeutico, catartico, di autocontenimento. Ho deciso di scriverlo in concomitanza dei 28 anni di mio figlio: è la stessa età in cui io l’ho partorito. Ho pensato che un pezzo della sua vita fosse stato speso e fosse necessario fermarlo, per analizzare il mio percorso di donna e di madre. E far sì che arrivasse anche all’esterno questa esistenza, che non può essere buttata via.

Potremmo dire il diario di una “caregiver”: quanto si riconosce in questa categoria?
Completamente. Oggi, dopo 28 anni, questa mia funzione è legata prevalentemente alla fase notturna e alla prima parte della mattinata, prima di andare a timbrare il cartellino. Ma questo è frutto di un percorso di necessaria separazione da mio figlio. Un percorso faticoso, perché nonostante leggi e tutele, non potendo rinunciare a un mio spazio di autonomia e indipendenza economica, ho dovuto spesso lottare per i miei diritti sul posto di lavoro.

Il suo diario inizia con il racconto del parto: la prima di tante battaglie?
Sì, è stata un’esperienza faticosa e dolorosa, tanto più che il padre di Mario si defilò anche in quel caso: non era accanto a me. E poi finì per sparire, di fronte alla dura realtà della diagnosi.

Dopo la prima crisi epilettica di Mario, scrive: «Sarà una continua emergenza, non indosserò più una camicia da notte». Quanto è difficile restare donna, diventando mamma di un figlio disabile?
È drammatico: è come se una donna portasse in sé il peccato originale di aver messo al mondo un figlio disabile. Viene vista lei stessa come portatrice di questa disabilità. Così diventa difficile che un uomo possa vedere in lei una donna: io per prima mi vedevo colpevole e mi massacravo. Ho iniziato a volermi male, a umiliare la mia immagine di donna, a trascurarmi, penalizzarmi,

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