Maggio 2018

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L’INCHIESTA Quattro ruote

La sfida del rally In gara la volontà non ha limiti

Sono sempre più numerosi i piloti disabili che si confrontano con la velocità in condizioni estreme. Come l’italiano Gianluca Tassi, che racconta: «Lo sport motoristico non guarda la disabilità. Il nemico di tutti è il cronometro. Chi impiega meno, vince». Anche sui circuiti fuoristrada più impegnativi, come quello di Dakar

Nel rally conta una sola cosa: avere una «velocità di pensiero superiore a quella della macchina». A dirlo è Walter Röhrl, l’ex pilota e leggenda vivente di una delle discipline automobilistiche più impegnative. Dare gas a 300 cavalli che scalciano sotto al cofano su tracciati sterrati è il sogno di tanti appassionati di motori. Ma nel rally non conta solo la potenza. Serve soprattutto la testa. È per questo, forse, che nonostante la complessità di guida sono sempre più numerosi i piloti disabili che partecipano alle gare. Come Albert Llovera, a oggi l’unico a correre nel Campionato mondiale di rally (Wrc), la massima competizione internazionale del settore.

Nato nel principato di Andorra, nel 1984, è stato il più giovane sciatore alle Olimpiadi invernali di Sarajevo. Nel 1985 ha perso l’uso delle gambe per via di un incidente. Di lì a poco scoprirà una nuova passione: le quattro ruote. Già nel 1989 vince la Peugeot Rally Cup proprio ad Andorra e nel 2001 diventa il primo pilota disabile a correre nella categoria regina. Vent’anni di gare che lo hanno portato più volte alla Dakar. Il rally più famoso del mondo, tuttavia, ha conosciuto anche altri nomi eccellenti. Come Clay Regazzoni che, dopo aver chiuso con la Formula 1 a causa dell’incidente che lo ha reso disabile, è stato uno dei primi a utilizzare dispositivi per gareggiare in condizioni estreme.

L’ultimo a sfidare la Dakar nella sua edizione 2018, invece, è lo spagnolo Isidre Esteve Pujol, motociclista da enduro rimasto paralizzato dalla vita in giù nel 2007. Nel 2009 era già a bordo di un’auto da rally modificata per la sua prima avventura nella Dakar.

Anche nel nostro Paese non mancano i campioni in questa categoria. Anche se per i piloti disabili italiani il nulla osta del ministero della Sanità – affinché l’automobilismo potesse entrare tra gli sport praticabili a livello agonistico – arrivò con qualche anno di ritardo rispetto alle stesse patenti speciali e ad altri Paesi europei. Era il 1993. Un traguardo tagliato grazie al ruolo giocato dalla Fisaps, la Federazione italiana sportiva automobilismo patenti speciali.

Il primo a ottenere il patentino di pilota disabile dalla Commissione sportiva automobilistica italiana è stato Bobo Mainini, nel 1998. Ma chi lascerà un segno nella storia del rally – portando a termine per primo, tra gli italiani, la gara off road più difficile al mondo, ovvero la Dakar – è Gianluca Tassi. Prima del 2003, anno dell’incidente che lo ha reso paraplegico, era un campione di motorally con 16 titoli italiani e un campionato europeo all’attivo. «Mentre facevo riabilitazione, già pensavo a tornare a far scorrere l’adrenalina dentro di me – racconta Tassi, che è anche presidente del Comitato italiano paralimpico (Cip) Umbria –. Neanche sapevo condurre

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