Ottobre 2017

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cosa ancora più importante, di sottrarla alle eccessive premure di un padre troppo protettivo per lasciarle cercare il proprio posto nel mondo. O come Thinker Jones, che non sente e non parla ma sa incantare i bambini con i suoi giocattoli di rame. E che al momento opportuno, con larghezza di vedute e purezza di cuore, riuscirà a riportare la pace nel villaggio spaccato in due a causa di un’insensata controversia per l’acquisto della campana della chiesa.

Alcune decine di episodi più in là, però, la disabilità assume un ruolo più centrale. Non si tratta più di alcuni caratteri secondari, che fanno irruzione nel selvaggio mondo della frontiera per dare una lezione di vita ai suoi rustici abitanti. A partire dalla fine della quarta stagione, infatti, una grave malattia e la cecità che ne consegue colpirà Mary, la dolce e riflessiva figlia maggiore degli Ingalls. È uno dei momenti più drammatici dell’intera serie, ma nel corso delle puntate successive la ragazza, appena quindicenne al momento della perdita della vista, riuscirà comunque a trovare la sua strada: lascerà la famiglia per frequentare un istituto per ciechi dove incontrerà il giovane insegnante e suo futuro marito, Adam Kendall. Lei stessa comincerà a insegnare nelle aule di quello stesso istituto, tradendo la realtà storica della vera Mary Ingalls che, dopo essere diventata cieca, visse con i suoi genitori senza mai sposarsi né diventare insegnante.

The Good Wife e l’arma segreta dell’avvocato Cunning

Dai tempi de La casa nella prateria di acqua ne è passata sotto i ponti. Ma sono ancora gli Stati Uniti a farla da padrone nell’universo ormai sterminato di una serialità televisiva, che non ci sta più a presentarsi come produzione di serie B. È infatti innegabile che oggi le serie tv americane abbiano portato una boccata di ossigeno alla televisione di qualità, entrando spesso in competizione con il grande cinema per la capacità di affrontare le questioni più scottanti della modernità. E, per quanto riguarda le persone disabili, sono state decisamente in grado di svecchiarne (si spera definitivamente) la rappresentazione. Non più dunque un’immagine edulcorata, elusiva o eccessivamente sentimentale della disabilità, ma la moltiplicazione delle chiavi di lettura, spesso intercambiabili e capaci di coesistere all’interno dello stesso personaggio. Il risultato è una raffigurazione a tutto tondo, dove

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