Ottobre 2017

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LIBRI

Annotare i ricordi, antidoto al dolore cronico

Mahsuda Snaith
Le cose che credevamo di sapere
Corbaccio 2017
306 pagine, 16,90 euro

Soprannominata fin da bambina «la regina dei vocaboli», la diciottenne Ravine Roy passa le sue giornate a leggere, risolvere cruciverba e ascoltare Stevie Wonder, che secondo sua madre «è una fonte d’ispirazione. Il signor Wonder non solo è nero, non solo è cresciuto nella povertà, Ravine, ma è anche cieco. Eppure guarda quanta strada ha fatto!». Eppure lei non è un’adolescente come le altre: da un decennio è colpita da dolori cronici che la costringono a letto e le impediscono di fare una vita normale. Una coetanea l’accusa di essersi inventata tutto per attirare l’attenzione; lei si sente invalida suo malgrado. «Ma non ho scelto di provare dolore. E non sono stata io nemmeno a farlo smettere», scandisce la protagonista del romanzo Le cose che credevamo di sapere dell’esordiente di origine bengalese Snaith Mahsuda, tradotto da Corbaccio.

La scrittrice, che vive a Leicester (nel Regno Unito), si è già distinta per aver vinto nel 2014 il SI Leeds Literary Prize e il Bristol Short Story Prize. Assumendo l’identità di Ravine, racconta la sua storia in prima persona con maestria e delicatezza, delineando con mille particolari la personalità dei personaggi. La sindrome misteriosa ha colpito la protagonista il 30 gennaio 1999 dopo la scomparsa di Marianne, sua carissima amica con cui divideva tempo e sogni: «Cantiamo e travestiamoci. Scriviamo delle storie e inventiamoci un modo per riparare il mondo». Da allora, e sono passati quasi undici anni, ha «come un raffreddore perenne e inguaribile. Occhi velati, arti pesanti, la sensazione di avere il cervello che cola dalle narici e un panda che ti usa a mo’ di tappeto elastico».

Una malattia definita «strana e bastarda», che provoca «un dolore costante in quasi tutto il corpo, lo stesso dolore che proveresti se degli squali ti stessero strappando la carne a morsi». È asintomatico, «ti viene senza preavviso, non ci sono esami del sangue che possano diagnosticarlo né analisi che possano misurare il dolore. È l’incubo dei medici. Continui controlli, analisi negative, rabbia, frustrazione: e questo visto solo dalla loro parte. Per alcuni pazienti il dolore è localizzato alla schiena o al collo, può manifestarsi con mal di testa o crampi allo stomaco, ma nel mio caso è in tutta la parte sinistra del mio corpo ipersensibile».

La situazione sembra priva di vie d’uscita, finché la madre non regala a Ravine un diario: «Secondo alcuni studi, mettere su carta i propri dolori fisici aiuta a guarire la mente», dice alla figlia scettica. Invece questo ennesimo tentativo di farla reagire risulterà determinante. Perché far riaffiorare i ricordi può diventare una cura e ridare il coraggio di lanciarsi nel futuro, nonostante le sofferenze provate (psicologicamente e fisicamente) abbiano segnato in maniera indelebile la propria esistenza.

Descrivere cosa ha provato diventa la chiave di volta per risolvere il suo problema: «A volte è come un leggero mal di testa. Altre sento pulsare un arto, lo sento pungere in profondità; è come tagliarsi con la carta, o essere punti con uno spillo dall’interno. Nei casi peggiori lo sento bruciare». E ancora, ricorrendo all’amata metafora celeste: «Non c’è una costellazione del dolore, ma se ci fosse occuperebbe metà del cielo e sarebbe formata da un centinaio di stelle tutte collegate tra loro». [L.B.]

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