Ottobre 2017

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L’INCHIESTA Piccolo grande schermo

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quale persone normali scoprono di avere dei superpoteri. E in Touch i superpoteri vengono collegati all’autismo, una condizione neurologica che anche nel nostro Paese è stata spesso descritta alla luce di teorie pseudoscientifiche. Basti pensare alla teoria dei cosiddetti "bambini indaco", spesso assimilati a quelli con autismo, che rappresenterebbero una forma più avanzata della specie umana venuta al mondo per scardinare le vecchie certezze e indicare la via verso un stadio più avanzato dell’evoluzione. Nella serie sarà il professor Arthur Teller a rivelare la verità a un incredulo (ma neppure troppo) Martin Bohm: «Il linguaggio verbale è un inutile retaggio dell’evoluzione della specie, come il dito mignolo del piede. [...] Suo figlio vede ogni cosa: il passato, il presente, il futuro, riesce a vedere come sono connessi. Le mostra il percorso da seguire».

Un punto di vista atipico sul mondo

Dalle suggestive e misteriose atmosfere di Touch all’ordinaria vita di una famiglia con un figlio disabile il passo è breve, ma anche lunghissimo. Come Speechless, anche Atypical fotografa una famiglia americana alle prese con la gestione di una quotidianità, dove spesso a dettare l’agenda sono le necessità del figlio più fragile. Ma a differenza di Speechless , nell’ultima creatura Netflix il punto di vista è quello di Sam, un diciottenne con autismo ad alto funzionamento, che vuole trovarsi una fidanzata e diventare più indipendente rispetto ai suoi genitori. Appassionato di pinguini e mondo antartico, non riesce a capire come sia possibile che tutto il resto dell’umanità non condivida il suo interesse per questi affascinanti animali. Ma la sua incapacità di calarsi nei panni degli altri non lo protegge dalla sofferenza che gli provocano i coetanei quando si prendono gioco di lui. Perché, pur non comprendendo cosa ci possa essere di sbagliato nel suo comportamento, Sam si rende perfettamente conto di essere oggetto di scherno.

Contrariamente a quanto potrebbe apparire, Atypical non è una serie drammatica: l’atmosfera è da dark comedy, con qualche ammiccamento al teen drama. I primi episodi sono stati generalmente accolti con favore da parte del pubblico e della critica. Intervistata dalla rivista culturale Vulture lo scorso agosto, l’autrice Robia Rashid ne ha spiegato l’idea di fondo in questo modo: «La serie parla di cosa vuol dire essere normali e di come nessuno sia normale. Tratta di tutti noi e della nostra battaglia per essere compresi, trovare l’amore e non sentirci soli». Nella stessa intervista l’autrice parla anche di quanto sia stato difficile per lei calarsi nei panni di Sam e di quanta fatica sia stata necessaria per raggiungere l’obiettivo.

Inoltre, per minimizzare il rischio di una rappresentazione fuorviante, la produzione si è avvalsa di una consulente sull’autismo che ha visionato ogni singola scena. Senza però riuscire a mettere la serie al riparo da qualche occasionale bordata da parte dei critici più severi, che hanno accusato il personaggio di Sam di essere troppo amabile, troppo simile ai tanti nerd così cari al piccolo e grande schermo e troppo aderente ai tre sintomi classici dell’autismo: difficoltà di relazione, problemi di comunicazione e interessi ristretti. O anche suggerendo, come ha fatto il critico televisivo Neil Genzlinger del New York Times , il rischio della serie di muoversi troppo spesso sulla sottile linea di confine tra divulgazione e banalizzazione.

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