Ottobre 2017

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una terra promessa, dove le pari opportunità si trasformino finalmente da mere dichiarazioni di principio a rampe, assistenza scolastica e cure mediche in tempi garantiti. Ma i Di Meo sono troppo disincantati per credere davvero nell’esistenza di un mondo migliore e così, all’inizio della serie, passano sopra con disinvoltura, e ciascuno con il proprio particolare modo di vedere la vita, a tutte le manifestazioni di calorosa e smodata ammirazione con cui J.J., grazie all’unico merito di essere uno studente disabile, viene accolto nella nuova scuola. E non fanno una piega neppure quando il ragazzo verrà salutato dai suoi futuri compagni di classe da un’ovazione degna di una rock star. Significative a questo proposito le parole di Ray, il fratello minore, quando dice che le persone disabili «vengono raffigurate come santi a una sola dimensione, che esistono solo per riscaldare i cuori e aprire le menti dei cosiddetti abili».

Anche Micah Fowler, l’attore che interpreta J.J. Di Meo, ha la paralisi cerebrale, ma a differenza del suo personaggio riesce a comunicare verbalmente, sebbene non in modo fluido. E come R.J. Mitte, anche il diciannovenne Fowler, che prima di Speechless aveva già preso parte ad alcune trasmissioni televisive tra cui il programma per bambini Sesame Street , è un attivista per i diritti delle persone disabili: in particolare un ambasciatore per la Cerebral Palsy Foundation , importante fondazione americana con cui la produzione della serie intrattiene regolarmente dei rapporti. E come l’attore di Breaking Bad , Fowler non ci sta a rimanere confinato nella gabbia della propria disabilità. Nel novembre del 2016 ha dichiarato alla rivista People : «Gli attori disabili devono confrontarsi con il problema dell’eccessiva caratterizzazione dei loro personaggi e delle scarse opportunità di fare audizioni, ma io non voglio essere identificato con la mia disabilità. Vedo la cosa come una sfida più che come una barriera».

Il mistero dell’autismo e le sue ordinarie difficoltà

In una disanima, seppure molto parziale delle serie tv degli ultimi anni, non può ovviamente mancare l’autismo, la più gettonata delle disabilità nel panorama televisivo, cinematografico ed editoriale americano e non solo. Dopo Max Braverman di Parenthood , che ha la sindrome di Asperger e costituisce la causa di una serie di eventi non sempre piacevoli per la sua famiglia, personaggi collocabili all’interno dello spettro autistico compaiono in almeno altre due serie molto diverse tra loro: Touch , che è andata in onda tra il 2012 e il 2013 su Fox e per la prima volta in Italia, sempre nel 2012, in chiaro su Cielo, e Atypical , una produzione Netflix dallo scorso agosto disponibile in tutti i Paesi in cui la piattaforma on demand è attiva.

Creata dal regista, produttore e sceneggiatore Tim Kring, Touch racconta la storia dell’ex giornalista Martin Bohm e di suo figlio Jake, un ragazzo autistico di undici anni, che non ha mai detto una sola parola e non comunica in alcun modo con il resto il mondo. Questo almeno è quello che sembra fino a quando suo padre non scoprirà cosa si cela dietro la passione per i numeri del piccolo: Jake riesce a vedere quegli schemi nascosti dell’universo che si rivelano solo a uno sparuto gruppo di eletti e che collegano le persone destinate a incontrarsi. Grazie a questa abilità il ragazzo, episodio dopo episodio, riuscirà a guidare suo padre nella risoluzione di situazioni complicate e spesso pericolose, che legano individui diversi da un capo all’altro del pianeta.

In passato Kring, che è padre di un ragazzo autistico, aveva ideato Heroes , una serie di fantascienza nella

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