Giugno 2017

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Io e Giovanni Achenza. Vi racconto come nasce un campione

L’aspetto umano è fondamentale nell’azione di presa in carico dell’assistito e nella realizzazione del progetto di reinserimento. La testimonianza dell’assistente sociale, che ha seguito uno dei vincitori di Rio 2016

Luisella Pili - Assistente sociale della Sede Inail di Sassari e Olbia

L’avvio di un rapporto professionale fra assistente sociale e utente avviene con la presa in carico delle persone che presentano al servizio sociale (Inail, in questo caso) situazioni di criticità nella propria vita. A loro, attraverso l’attivazione del processo di aiuto, si prospetteranno obiettivi da raggiungere a breve, medio e lungo termine; questi ultimi saranno parte integrante di un progetto di reinserimento sociale. La fase di presa in carico è il momento in cui si disegna la relazione non solo professionale fra assistente sociale e utente, ma anche umana ed emotiva, fatta di scambio e arricchimento reciproco, basata sulla fiducia e il vicendevole rispetto. La qualità del rapporto che si instaurerà sarà molto importante per il raggiungimento degli obiettivi da perseguire.

Nel caso specifico del signor Giovanni Achenza, la relazione professionale è stata via via arricchita da aspetti affettivi e di reciproca stima, che si sono consolidati con il passare del tempo. Considerando che è stato uno dei primi casi che ho preso in carico appena arrivata all’Inail nell’aprile 2005, non è eccessivo dire che c’è stato un graduale e reciproco crescere insieme. Inizialmente, durante i colloqui, si trattavano le problematiche di chi, dopo un grave infortunio sul lavoro, deve riorganizzare la propria esistenza su più livelli: personale, familiare, sociale e, talvolta, lavorativo. Lui all’epoca era ancora scosso dal trauma subìto. Piano piano, però, abbiamo iniziato a parlare più serenamente del futuro e dei cambiamenti da affrontare per la gestione della quotidianità: abbattimento delle barriere architettoniche nella propria abitazione, acquisizione della patente speciale, ecc.

Ai colloqui partecipava sempre anche la moglie, persona molto collaborativa, che ha giocato un ruolo importante nel progetto di reinserimento sociale. Con il passare del tempo il rapporto professionale diveniva sempre più anche una relazione amichevole e di fiducia reciproca.

L’idea di un progetto specifico di reinserimento sociale attraverso la pratica sportiva è arrivato tra il 2006 e il 2007, dopo la stipula di una convenzione tra Inail e Comitato italiano paralimpico, che prevedeva la promozione dell’avviamento alla pratica sportiva dei disabili da lavoro. È stato allora che ho proposto al signor Achenza di iniziare a praticare sport. Dopo averci riflettuto per qualche settimana, mi disse che voleva provare l’handbike. L’Inail gli ha fornito il mezzo con cui dopo circa un anno ha iniziato a praticare la disciplina a livello agonistico.

A quel punto in équipe è stato deciso di fare un progetto finalizzato a garantire la sua partecipazione a competizioni di livello nazionale e internazionale. Iniziò subito con una scalata di successi. A tutte le competizioni cui prendeva parte arrivava sempre fra i primi posti e iniziò a gareggiare con campioni del calibro di Vittorio Podestà e Alex Zanardi. Dopo ogni gara veniva a raccontarmi la sua esperienza e l’entusiasmo contagiò tutti, dando vita a un vero lavoro di squadra fra lui e la sua famiglia. Nel 2012, quando la Nazionale di ciclismo non gli consentì di partecipare alle Paralimpiadi di Londra, rimase molto deluso e decise di cambiare disciplina, provando il paratriathlon. Poco dopo, i successi arrivarono anche in questa e, nel 2016, ha potuto finalmente prendere parte ai Giochi di Rio. Dove ha vinto.

Mi è rimasta impressa la sua determinazione, il suo non arrendersi mai, la sua voglia di migliorare, a ogni gara. Accompagnarlo in questo percorso è stato non solo gratificante dal punto di vista professionale, ma anche emozionante ed arricchente dal punto di vista umano.

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