Giugno 2017

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LIBRI

Tutti prima o poi dobbiamo dirci addio

Alessandra Sarchi
La notte ha la mia voce
Einaudi 2017
176 pagine, 16,50 euro

Una donna perde l’uso delle gambe dopo un incidente stradale. Ha un compagno giovane e una bambina ancora piccola: deve continuare a vivere. Parla del trauma e della vita che ne segue l’ultimo romanzo di Alessandra Sarchi La notte ha la mia voce, tra i vincitori del premio Mondello lo scorso maggio. Con una scrittura lucida e mai scontata l’autrice racconta una storia che è in parte anche la sua. Come la protagonista del volume è rimasta paralizzata dalla vita in giù e come lei, all’epoca dell’incidente, aveva una figlia ancora piccola, un compagno, un lavoro e dei progetti personali che comprendevano l’attività di scrittura.

Eppure La notte ha la mia voce , non è un memoir e la sua forza non risiede nei richiami alla biografia personale, anche se non è insensato pensare che l’esperienza di vita doni forza e materia alla narrazione. E non si tratta neppure di un romanzo ascrivibile a quel filone letterario che ruota intorno al tema della disabilità e che, negli ultimi anni, ha prodotto tanta narrativa autobiografica. Ma soprattutto la storia della protagonista non ripropone quel percorso di morte e rinascita tipico di tante opere accomunate dal racconto più o meno dettagliato di una condizione iniziale di svantaggio, spesso un colpo basso del destino, da cui con determinazione, coraggio e un po’ di incoscienza ci si riesce alla fine a liberare.

La notte ha la mia voce , invece, è un romanzo sulla separazione da una condizione vissuta in precedenza e data erroneamente per definitiva. In ogni pagina del volume la protagonista, che è anche la voce narrante, racconta la nostalgia per la vita che conosceva prima e che ha perso per sempre sulla sponda fangosa di un fosso. Il corpo che ha ritrovato dopo l’incidente e che si è ridefinito nei lunghi mesi della riabilitazione non è più quello di prima: totalmente altre sono le sensazioni che lo animano e le regole che lo muovono, per non parlare delle cose che riesce a fare, sì e no la metà di quelle che faceva prima. È proprio in questa presa di coscienza che il romanzo trova la sua dimensione universale, perché chiunque, per lo meno da una certa età in poi, conosce il lutto della separazione da un se stesso che non esiste più. Memorabile, in questo senso, l’evocazione di un’intervista a John McEnroe, stella del tennis tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, che alla protagonista capita di vedere una sera in tv. A un certo punto, mentre proiettano alcune sequenze dell’incontro più importante della sua carriera, quello disputato con Björn Borg a Wimbledon nel 1980, McEnroe si alza dalla sedia e s’inchina all’immagine vittoriosa del giovane atleta che scorre nel filmato. È chiaro che quell’uomo non esiste più.

Ma il romanzo è anche la storia di un incontro. Quello con la Donnagatto, come viene presto soprannominata dalla protagonista. Anche lei vittima di un incidente stradale che le ha provocato la perdita di una gamba e la paralisi dell’altra, sembra incedere nella vita con la grinta e l’eleganza di un felino. Figura misteriosa e in eterna contrapposizione con gli altri e con il mondo, è l’opposto della protagonista che accetta la sua nuova condizione con nostalgia, ma mai con rabbia. Salvo scoprire, infine, che l’altro è dentro di te e che la paura dell’alterità, alla fine, è soprattutto paura di noi stessi. [Antonella Patete]

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