Gennaio 2017

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L’INCHIESTA Basket in carrozzina

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nostra casa: abbiamo magazzini, uffici e tutta l’attività giovanile, oltre alle tribune a bordo campo per i nostri tifosi, con una capienza di circa 700 spettatori». Per dare modo a tutti gli appassionati di gustare dal vivo la gara, in occasione dell’ultima finale scudetto con il Santa Lucia, in via eccezionale la squadra lombarda si è trasferita al Palasport Pianella di Cucciago, l’impianto che ospita le gare interne della Pallacanestro Cantù, una delle squadre più quotate del basket (in piedi) italiano: lì sono stati raggiunti i 3.900 spettatori, record europeo per una gara di club di wheelchair basket.
Fra le spese ci sono poi quelle delle attrezzature. I giocatori della serie A hanno le proprie carrozzine personali (quelle più performanti valgono fino a 6mila euro), che gestiscono in piena autonomia: normalmente ognuno ha accordi di collaborazione o di vera e propria sponsorizzazione con alcune case costruttrici e il costo non è quindi a carico delle società. Che invece sopportano i costi di manutenzione: una spesa comunque non trascurabile fra copertoni, spingiruota, bulloni, saldature e così via.
Sono invece certamente a carico delle società le carrozzine del settore giovanile: «Se arriva un bambino di sette anni che vuole provare a giocare - dice ancora Galimberti -, devo avere una carrozzina a disposizione, altrimenti lo perdo: non posso certo pretendere che la sua famiglia abbia da mettere sul piatto 2mila euro per comprare al piccolo una carrozzina personale, senza neppure sapere se lui si appassionerà al gioco o lascerà perdere dopo poche settimane». Ovviamente non è un obbligo avere un settore giovanile, ma è altrettanto chiaro che averlo indica la serietà di una società, o almeno il suo tentativo di incidere concretamente nel tessuto sociale del suo territorio.

Per coprire tutte queste spese, non c’è storia: servono degli sponsor. Uno principale, che dà il nome alla squadra, e il più alto numero possibile di seconda fascia. «Nessuno dà più soldi per fare genericamente del bene, oggi le aziende scelgono di sposare un progetto - dice la responsabile della Briantea84, che oltre alla Unipol Sai ha rapporti con una trentina di sponsor -. Servono numeri, piani, capacità di ideazione e gestione professionale: comunicazione, merchandising , promozione culturale. Le vittorie sportive ti danno visibilità e lustro, ma non ti assicurano il futuro».
Dal mondo della sanità, Santa Lucia docet, ormai c’è da aspettarsi poco; dalle istituzioni pubbliche pure, con l’eccezione (ancora per quanto?)

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