Dicembre 2013

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LIBRI

La mia infanzia in una comunità per disabili

Cristina Lio
Chi resta deve capire
e/o 2013
pagine 176, euro 16

Molti di noi gli anni Ottanta se li ricordano come l’epoca dei paninari, degli yuppies, delle pennette alla vodka e – soprattutto – dell’insana illusione di dirigersi a vele spiegate verso l’eldorado dei consumi illimitati. Il volume di Cristina Lio, Chi resta deve capire (edizioni e/o) ci richiama alla memoria una realtà più sommersa, ma non per questo meno reale. Il romanzo, infatti, racconta di una crescita diversa: quella della stessa autrice all’interno della Comunità Progetto Sud, fondata in quegli anni a Lamezia Terme da un gruppo di persone, disabili e non, che arrivavano dall’omologa esperienza di Capodarco di Fermo.
Cristina giunse in Calabria insieme a loro, al seguito di don Giacomo Panizza, prete divenuto successivamente famoso per aver preso in gestione insieme ai suoi collaboratori un bene confiscato alle mafie e per essere stato più volte oggetto di intidimidazioni e minacce da parte dei clan locali. E come figlia di una madre disabile e un padre obiettore di coscienza, in tempi in cui il rifiuto della leva non era scelta facile né scontata, crebbe all’interno di quella strana famiglia allargata. Fatta di persone con disabilità, preti, volontari e “tossici”: vissuti questi ultimi dal resto della comunità come persone esterne e di passaggio, sostanzialmente da aiutare.
Tutto questo è presente nel romanzo che, pur non essendo classificabile come autobiografico in senso stretto, di quell’esperienza dà conto. La protagonista di questo singolare romanzo di formazione è, infatti, una bambina che il lettore incontra per la prima volta all’età di undici anni e accompagna fino all’inizio dell’adolescenza. Anche lei figlia di padre obiettore e madre in sedia a ruote, viene colta esattamente nel momento in cui mette a fuoco l’eccezionalità della sua esperienza di vita. Perché ciò che per lei risulta assolutamente normale può apparire quanto meno eccentrico ai suoi coetanei, poco abituati a una convivenza “alla pari” con persone disabili e, men che meno, alla vita in comunità.
Quello che rimane impresso al lettore, oltre alla forza di alcuni dei personaggi principali, è lo sguardo ironico della protagonista e – soprattutto – la scelta di non cedere a qualsiasi tentazione di ricostruzione epica o celebrativa. Ma anche il linguaggio, impensabile oggi in un volume di questo tipo, soprattutto quando si riferisce alle persone disabili come “handicappati”: ma negli anni Ottanta si parlava così e nessuno sembrava prendersela. Meno consapevoli delle implicazioni nascoste del linguaggio, i protagonisti del romanzo sono intenti a costruire la loro concreta città dell’utopia. [A . P.]

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