Dicembre 2013

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sono stati vicini, ma mi distruggeva non poter essere di aiuto in casa». Così inizia a seguire due officine che preparano gli allestimenti auto per disabili. Ma la sua vera passione sono sempre stati gli sci, la montagna. «Mi ci portava mio padre a otto anni, in Presolana. Poi mia madre rimase sola con quattro figli; allora usavo gli sci regalati dalla vicina, una giacca a vento prestata e i jeans. Improvvisamente scopro che posso ancora sciare, essere libero e autonomo nella natura, sentire il vento e la velocità, divertirmi con mia moglie».

Tutto è iniziato con “Scio anch’io”, progetto dell’Inail di Bergamo per avvicinare le persone con disabilità al mondo della neve, utilizzando il monosci. Stefano Berlinghieri, maestro di sci alpino, «un amico e un fratello», lo convince a provarci, alla scuola di Colere Polzone (Bg), e lo mette in contatto con Corrado Sulsente, direttore dell’Accademia di San Marino. «Due anni di studi, dalla psicologia all’inglese, fino alle pagine su valanghe e sicurezza. Io, che non avevo mai amato studiare, mi sono impegnato come non mai. Mi sono buttato e ho realizzato da disabile il mio sogno di ragazzo». Dopo 900 ore di corso, Mauro arriva a essere maestro di terzo livello e può così insegnare a sciare alle persone disabili categoria “sitting”. Però il diploma non è valido in Italia, dove la legge 81 del 1991 impone certificato di sana e robusta costituzione. «E questo malgrado la Corte europea abbia condannato l’Italia per non aver adottato le misure necessarie a garantire un adeguato inserimento professionale dei disabili nel mondo del lavoro, secondo il dettato della legge 68», commenta.
Così per qualche tempo affianca gli altri maestri nelle scuole di sci. Quest’anno però, con il “decreto del fare” vengono aboliti una serie di certificati di abilitazione al lavoro e, a settembre, grazie all’interessamento di Lara Magoni, ex campionessa del mondo di slalom speciale, il Consiglio della Lombardia vota all’unanimità la mozione per il riconoscimento ufficiale del titolo. «Non è solo per me, si tratta di reintegrarsi nel mondo del lavoro e contribuire all’economia di famiglia – spiega Mauro –. Ora che ho la “patacca” di maestro voglio poter aprire la strada anche ad altri: ci sono già due ragazzi che vogliono seguire il mio esempio, ma so anche che è un percorso lungo e costoso, e non voglio mettere sul lastrico una persona disabile, che ha già i suoi problemi».
Poi aggiunge: «Anche se non ho più l’uso delle gambe, mi restano comunque le braccia, ma soprattutto la testa. Quando provi il monosci sei seduto, hai la sensazione di non poter decidere, e invece comandi con il corpo, le spalle, il respiro». Racconta l’iniziale paura della velocità e di cadere: «Le braccia restano la tua risorsa e ti viene il terrore di poterti fare ancora male. Ma poi si imparano i trucchi, l’equilibrio: cadere, rialzarsi e poi correre più forte di prima». Un motto che lo accompagna e che diventa una filosofia. Il monosci permette di usare tutti gli impianti di risalita: «Puoi prendere lo skylift, agganciando il piattello, la seggiovia e anche la funivia, con un carrellino a tre ruote che ho inventato per muovere il monosci e che pesa ben 20 chili». Nella sua intraprendenza, oltre a insegnare a sciare, si sta infatti adoperando per rendere accessibili gli impianti di risalita: «A Folgaria, con cento chilometri di piste, abbiamo già trovato nove rifugi accessibili, con bagni e carrozzine per quando si toglie il monosci. Le sedie a rotelle costano 250 euro, e permettono di accogliere disabili, familiari e amici al seguito, quindi si tratta di una spesa ammortizzabile. Ma si tratta di diffondere una cultura che consideri la persona disabile come un cittadino attivo».
Oltre allo sci Mauro pratica altri sport, dall’handbike al tennis, e ama raccontare nelle scuole queste esperienze. «I ragazzi mi chiedono sempre se sono arrabbiato, ma la verità è che sono cose che succedono. Non si può avere la presunzione di dire: “ A me non succederà”. Allora non bisogna avere vergogna a chiedere aiuto. Abbiamo chiesto la grazia a papa Giovanni e l’abbiamo ottenuta, ricevendo in dono il nostro bambino. È arrivato dopo l’incidente e con questo ho avuto la dimostrazione che la mia vita può essere ricca e completa. Voglio che mio figlio cresca con l’educazione al rispetto del prossimo. Se diamo la mano a qualcuno, questo ci aiuterà sempre».

«Anche se non ho più l’uso delle gambe, mi restano comunque le braccia, ma soprattutto la testa»: parola di Mauro Bernardi, 36 anni

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