Dicembre 2013

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SPORT Verso le Paralimpiadi invernali

anche per l’altro sport paralimpico curato dalla Fisg: il wheelchair curling, la versione in sedia a ruote del curling. Si tratta di uno sport di squadra molto simile alle bocce, giocato sul ghiaccio con delle pietre (stones) di granito levigato, pesanti circa 20 chili.
Due squadre di quattro giocatori fanno scivolare otto pietre con l’obiettivo di piazzare le proprie il più vicino possibile al centro del bersaglio colorato (house), allontanando il più possibile quelle avversarie. Rispetto alla versione in piedi, in quella per atleti in sedia a ruote non è consentito lo sweeping, cioè lo spazzolamento del ghiaccio per favorire lo scivolamento della pietra dopo il lancio.
Ora, se gli impianti per l’hockey non sono tantissimi, quelli per il curling si contano sulle dita di una mano: «Questo sport – prosegue Bernardoni – necessita di impianti dedicati perché il ghiaccio è completamente diverso rispetto a quello dell’hockey, dello short track o del pattinaggio. I costi dei macchinari necessari e quelli per la manutenzione sono enormi e non è neppure possibile dividerli fra le differenti discipline e i loro diversi eventi». Si gioca a curling a Pinerolo (Torino), a Claut (Pordenone), a Cembra (Trento) e a Cortina d’Ampezzo (Belluno): quattro impianti, cui si aggiunge quello di Courmayeur (al momento inagibile) e quello, adatto solo alla pratica amatoriale, di Monsano (Ancona). Per il resto tabula rasa, e non sorprende dunque che le otto società che disputavano il campionato qualche anno fa si siano nel frattempo ridotte a cinque. Poche società, meno giocatori, disciplina in crisi: e dire che il ventaglio dei possibili praticanti contempla un ampissimo spettro di disabilità, compresa la tetraplegia: le pietre si spingono con un bastone e facendo leva su di esso anche chi ha una disabilità severa può gareggiare alla pari. In questo panorama tutt’altro che esaltante si è consumata anchela beffa della nazionale, undicesima del ranking mondiale e prima delle escluse dal torneo di Sochi, che vedrà dieci nazioni giocare per le medaglie.

Dopo il settimo posto a Torino 2006 e il quinto a Vancouver 2010, l’Italia ha fallito la qualificazione per un solo, misero punto: «Delle nove partite disputate ai mondiali di Corea due anni fa – spiega ancora Bernardoni – sarebbe bastato vincerne anche solo una, e saremmo stati automaticamente dentro: il rammarico è fortissimo perché, nonostante le tante difficoltà, qualificarsi era ampiamente alla nostra portata». Purtroppo le cose sono andate diversamente e oggi la nazionale, abbandonato per ragioni di età il suo nucleo storico, riparte da zero con sette-otto giocatori chiamati per il futuro a risollevare le sorti dei colori azzurri: non sarà facile, anche perché nel frattempo il livello internazionale si è alzato moltissimo, con

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