Dicembre 2013

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«Sulla carta, alla vigilia delle gare, Canada e Stati Uniti – spiega Massimo Bernardoni, referente per gli sport paralimpici della Fisg, la Federazione italiana degli sport sul ghiaccio – sono leggermente superiori a tutte le altre formazioni, ma ciò non significa che con loro non si possa competere con qualche possibilità di successo, cosa che fino a qualche tempo fa per noi era semplicemente impensabile: con tutti gli altri, invece, ce la giochiamo ad armi pari». Saranno fondamentali i risultati delle prime gare e le prestazioni dei nostri giocatori più in vista: i bomber Florian Planker e Andrea Chiarotti, il difensore Gianluigi Rosa (uno dei migliori al mondo), i due portieri Santino Stillitano e Gabriele Araudo. E con loro, naturalmente, i vari Gianluca Cavaliere, Gregory Leperdi, Andrea Macrì, Werner Winkler, Valerio Corvino, Giuseppe Condello, Roberto Radice, Bruno Balossetti, Nils Larch e tutti gli altri che hanno catturato l’attenzione del nostro commissario tecnico, Massimo Da Rin. L’età media della squadra, nonostante alcuni recenti innesti, col tempo si è alzata e dopo Sochi sarà inevitabile, con la dovuta gradualità, un ricambio generazionale: cosa non facile in una nazionale che non pesca certo in una base ampia di praticanti.

«L’hockey su slitta – spiega Bernardoni – non è certo uno degli sport ai quali un giovane con disabilità viene indirizzato più facilmente: molto più probabile, soprattutto quando si è avuto un incidente e ci si trova in un’unità spinale, è entrare in contatto con il nuoto, il tennistavolo o il basket in carrozzina». Peraltro, chi può dedicarsi all’hockey su ghiaccio sono essenzialmente persone amputate agli arti inferiori o con spina bifida: al massimo, può rientrare anche chi ha una paraplegia incompleta, ma non oltre, visto che per giocare serve una buona muscolatura addominale e dorsale, così come il completo utilizzo delle braccia. «Mettersi su uno slittino e spingersi solo con le braccia su una superficie che forse non si conosce neppure può certamente essere difficile all’inizio, ma – dice il referente della federazione – superato il primo impatto si apre un universo: questo è uno sport che dà tantissime soddisfazioni dal punto di vista atletico, psicologico e di salute, ed è quello che in assoluto dà la più grande autostima. E tutti sappiamo quanto questo sia importante per una persona disabile». Per superare lo scoglio iniziale e consentire, a chi vuole, di provare, vengono organizzate giornate di promozione: «Mettiamo a disposizione tutto, dagli impianti agli allenatori fino all’attrezzatura necessaria: le nostre porte – assicurano dalla Fisg – sono sempre aperte, contattateci».
Certo, oltre la barriera fisica ce n’è anche una territoriale: gli impianti e le società di hockey sono infatti, come facilmente immaginabile, concentrate al Nord: quattro le squadre del massimo campionato (Armata Brancaleone Varese, Tori Seduti Torino, Aquile Sud Tirolo, Aquile Friuli Venezia Giulia, quest’ultima con la quasi totalità degli atleti di nazionalità austriaca) e impianti che coprono soltanto sei regioni. Per il resto, difficoltà evidenti di espansione. «Se ci fossero i presupposti economici e tecnici si potrebbe pensare di fare promozione a Roma, dove il numero delle persone disabili garantirebbe una buona base: purtroppo in città non c’è alcuna tradizione hockeistica e nel concreto, quasi inevitabilmente, si finisce per promuovere lo sport dove questo è già presente».
Succede la stessa cosa, e in misura ancor più netta, anche

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