Dicembre 2013

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vecchiaia malandata ha «i suoi diritti», precisano le autrici. E come dappertutto c’è chi partecipa e chi no, chi è più allegro e chiacchierone e chi invece più burbero e introverso. C’è il maestro di scacchi, che all’inizio egemonizzava il gruppo infastidendolo, e c’è il filosofoscrittore che porta i segni di un passato in istituto ma sogna di veder pubblicato qualcosa di suo. C’è chi canta ancora con voce sicura le canzoni dei suoi tempi e c’è la quasi centenaria sempre pronta a ballare, anche se dice spesso: «Mi manca tanto la casa. È triste stare qui». C’è chi prima stava solo in camera a lavorare a maglia mentre ora non vede l’ora di prendere in mano il pennello e chi non riesce più a cucire o a suonare il piano per via di artrosi e reumatismi ma apprezza comunque la compagnia. Poi ci sono le new entry e i lutti.

Ma «quello che scarseggia nelle strutture residenziali è il ruolo della famiglia, il rapporto con le persone care e con i propri affetti: mancanze che spesso fanno sentire questi ultraottantenni soli e abbandonati», commenta Carlo Fiore, direttore dell’assistenza all’Istituto romano di San Michele. Anche gli aspetti psicologici sono importanti, come per esempio «l’individualità nella malattia, la cura dell’intimità, il senso dell’ultima fase della propria vita e l’elaborazione della morte» in un contesto e in un ambiente che non sono più la casa in cui si è vissuti finora. «Per garantire un’esistenza qualitativamente buona alla vecchiaia nelle rsa – continua il dottor Fiore – bisogna non solo rispondere al debito medico-sanitario degli ospiti ma anche a quello socio-relazionale». Quest’ultimo quasi sempre demandato al ruolo dell’associazionismo, «ridefinendo un io dell’anziano in contatto con la realtà circostante e non rinchiuso in un’isola felice». La soluzione? «Coinvolgere i parenti nell’organizzazione e nella gestione della vita della quarta età in istituto, lavorare in sinergia con il welfare comunitario e aprirsi al territorio. Il futuro non è fatto di modelli residenziali rigidi, ma di un servizio – possibilmente temporaneo – che si adatti alle necessità del soggetto e pensi a interventi socio-sanitari riabilitativi per il reinserimento, là dove possibile, della persona anziana in famiglia», conclude il direttore dell’assistenza.

Il peso della vecchiaia

Mancanza di posti letto, soprattutto nelle regioni del Sud, tariffe troppo care e lunghe liste di attesa. È quanto emerge dall’Indagine nazionale sulle residenze sanitarie assistenziali realizzata l’anno scorso dall’Auser. A fronte di un fabbisogno stimato di 496mila posti letto, nel 2011 ne sono stati garantiti circa 240mila. A fare da contraltare negativo, poi, il progressivo invecchiamento della popolazione italiana: secondo l’Istat il peso degli over 80 passerà dall’attuale 6% al 15,5% nel 2060. Intanto il Censis ha contato 3,5 milioni di persone non autosufficienti anziane su 4,1 milioni. Mentre gli ultraottantenni assorbono circa il 45% delle risorse pubbliche spese per l’assistenza. Il costo a carico delle famiglie varia dai 1.100 euro mensili per le strutture residenziali fino ai 1.400 euro per quelle di tipo socio-sanitario e altrettanto grava sulle Asl. Tra le altre criticità delle rsa, infine, errato inquadramento dei dipendenti e pochi infermieri professionali. [M.T.] 

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