Febbraio 2012

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L’INCHIESTA Le parole per dirlo

Handicappato sarà lei!

Qual è il modo migliore di definire la disabilità? Lo abbiamo chiesto ad alcuni esperti, artisti e intellettuali. Per scoprire, infine, che non bisogna mai arrendersi alla banalità del linguaggio comune

a cura di Antonella Patete

Era la seconda metà degli anni Settanta quando sulle nostre bocche comparve, e poi si diffuse, il sostantivo handicap e la declinazione del meno noto verbo handicappare al participio passato: handicappato. Arrivò dal mondo della scuola, che lo aveva appena acquisito, ed entrò nelle case di tutti gli italiani grazie al fatidico «handicap o cavallino?» con cui Mike Bongiorno interpellava i concorrenti del fortunato quiz Scommettiamo?. Ai più il termine sembrò liberatorio e venne accolto con un sospiro di sollievo. Rassicurava quel tono apparentemente oggettivo e burocratico e andava finalmente a sostituire parole che la buona educazione impediva di proferire ad alta voce. All’epoca si diceva ancora storpio, sciancato, mongoloide e nessuno protestava più di tanto quando queste parole venivano usate per gioco o come insulto personale.
Da allora tante cose sono cambiate. La lunga marcia delle parole ha proseguito il suo lento corso e oggi nessuno (o quasi) parlerebbe più in quella maniera. È arrivata la moda del politicamente corretto, con le sue conquiste e le sue bizzarrie. E a sostituire la parola handicappato ne sono arrivate altre, apparentemente più neutre ma in realtà tutte dense di diversi significati. Termini come disabile, diversamente abile, persona con disabilità si avvicendano o convivono in un continuo slittamento di significati. Insomma, in questo campo le parole sembrano proprio non trovare pace. Forse perché a lungo andare si rivelano tutte, in un modo o nell’altro, insufficienti o inadeguate. Superabile Magazine si è messo alla ricerca delle definizioni giuste e di quelle sbagliate, interpellando alcuni esperti, artisti, intellettuali. Nelle pagine che seguono, i loro commenti.

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