Febbraio 2012

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CULTURA

LIBRI

Tre investigatori col tic di vincere la vita

Riccardo Romero La sindrome di Rasputin Sellerio 2011 pagine 232, euro 13

Seppe resistere a una dose colossale di cianuro, versato nel suo bicchiere di Madera. E a quattro  colpi di pistola sparati tra il fianco e il petto. Per costringere Rasputin – il monaco pazzo che sedusse la zarina Alessandra – a esalare l’ultimo respiro furono necessari un sacco di calci in testa e, per ultimo, l’annegamento nel fiume Neva. Diversamente, forse, sarebbe ancora vivo. Hanno la sua stessa incrollabile voglia di sopravvivenza Lucas Abelev, Gaspar Maglier e Federico Myshkin, i protagonisti dell’ultimo romanzo dell’argentino Riccardo Romero – La sindrome di Rasputin, appunto –, tre amici accomunati da quel bizzarro (o bizzoso) disordine neurologico scoperto da Gilles de la Tourette che esplode in una sconnessa manifestazione di tic motori e verbali. E in improvvisi lampi di lucida follia.

Tre disabili, dunque, e consapevoli di esserlo: ma non per questo disposti a subire passivamente i colpi della sorte. Così, quando Abelev – ebreo che dall’infanzia, per uno scherzo del cervello, intercala ogni frase con un inopportuno «Hi Hitler!» – è sospettato ingiustamente di omicidio (diventando, a sua volta, bersaglio di inspiegabili attentati), agli altri due non resta che attivarsi per scagionarlo.
Comincia, quindi, un viaggio surreale in una contemporanea Buenos Aires, metropoli tumultuosa tumultuosa che affronta il bicentenario dell’indipendenza tra sommosse, incendi e attentati dei nazionalisti, lacerata da rovine fatiscenti, macerie e calles miserabili, e sotto un incessante velo di pioggia. «Tu fai il tourettico perché non vuoi ammettere che sei solo un depresso come tutti gli altri», dice Maglier a Myshkin, e forse non ha tutti i torti quando si è costretti a vivere “ospiti” di una società che ha eretto a canoni di “normalità” una solitudine opaca, un’indifferenza triste e fuligginosa dove l’umanità pare confondersi con l’alba, con una «mattina che sembrava non cominciare mai, come imprigionata in un crepuscolo grigio e torbido».

Libro brillante che gioca in modo godibile con gli stilemi del noir, ma aggiornandoli – forse in modo prevedibile – con un “inevitabile” tocco alla Tarantino (vedi la surreale coppia di gemelli killer), La sindrome di Rasputin trova il suo valore più autentico nella scelta di protagonisti assolutamente normali nella loro amabile e lunare “diversità”. Senza scomodare filosofiche distinzioni tra comico e riso, Romero sceglie la giusta chiave narrativa affidandosi all’umorismo – unica forma di rispetto per rifuggire sia il patetismo che il ridicolo – per raccontare la storia di un terzetto capace di trasformare la condanna all’emarginazione in strumento di riscatto.
Al cinema il borderline Forrest Gump attraversava da ingenuo vincente tre decenni di storia americana, senza risparmiarci abbondanti dosi di melassa retorica. Abelev, Maglier e Myshkin reclamano, invece, il loro posto nel mondo scardinando consapevolmente le convenzioni e costringendo il mondo stesso a riconoscerli.
Decisi come Rasputin a sopravvivere a tutti i costi – perché «alla lunga era questo il più vero e irrefrenabile dei tic» –, sono tre combattenti veri, determinati e amabili.
Tre combattenti, a ben vedere, che probabilmente si divertono un sacco anche a prenderci in giro.

[Luca Saitta]

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