Febbraio 2012

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motivo a sostegno di questa tesi è il fatto che non esista una lingua dei segni universale: per ogni nazione sussistono distinzioni, perché l’idioma cambia a seconda del popolo che lo usa, proprio come le lingue vocali. Alcuni esempi? L’American sign language (Asl), la Langue des signes française (Lsf), il British sign language (Bsl).
«La ricerca semiotica e linguistica sulle lingue dei segni, iniziata circa 40 anni fa, ha allargato e rivoluzionato la definizione stessa di lingua – ricorda Lis subito! –. Oggi sappiamo che, da sempre, le persone sorde possono tramandare di generazione in generazione delle lingue che si esprimono nella modalità visivo-gestuale e che possiedono un lessico, una grammatica e una sintassi ricchi e complessi come quelli delle lingue vocali. In conclusione, come le altre lingue dei segni nel mondo, la Lis ha un grande valore umano con un forte patrimonio culturale, un lessico in costante evoluzione e regole che consentono di segnare qualsiasi argomento, dal più concreto al più astratto».
Invece un secco «no» alla proposta di legge – che rappresenta un «chiaro passo indietro» – arriva dal Comitato nazionale dei genitori e familiari dei disabili uditivi, secondo cui il riconoscimento della Lis rappresenta necessariamente la definizione di una minoranza linguistica e l’appartenenza a questa in base a un deficit sensoriale.
Una situazione discriminante, accostata a una nuova forma di ghettizzazione. «I nostri ragazzi non vogliono riconoscersi in questa minoranza, ma essere italiani a tutti gli effetti – osservano –. Riconoscere la Lis nuoce gravemente all’applicazione del protocollo sanitario che da 40 anni consente a tutti i bambini audiolesi il recupero uditivo e l’acquisizione della lingua italiana». Secondo il Comitato, infatti, intervenendo con diagnosi precoci e con l’ausilio delle protesi anche le persone con gravi problemi di sordità possono parlare e recuperare l’udito. Non c’è motivo, quindi, di insegnare loro una lingua diversa.

«Se si interviene tempestivamente, i bambini riescono a sentire, perché oggi possediamo protesi sempre più potenti – spiega Paolo Pagnini, presidente della Società italiana di audiologia e foniatria –. Grazie a questi ausili e a un lavoro di 50 anni, i bambini sordi non vengono più notati nella società, perché non ci si accorge del loro handicap. E si tratta di un risparmio anche per lo Stato. Per questo parlare ancora di Lis come alternativa ci fa arrabbiare». Dello stesso avviso è anche Elio Marciano, presidente della Società italiana di otorinolaringoiatria: «Se il bambino riceve una diagnosi di sordità a tre mesi e viene seguito da subito, già a sei mesi ha uno sviluppo uditivo pari a un bambino udente».
Il Comitato si dice contrario alla proposta anche perché comporterebbe un aggravio della spesa dello Stato per la formazione e l’inserimento degli interpreti nelle strutture pubbliche, togliendo risorse per l’applicazione del protocollo sanitario. «La posizione del Comitato per qualcuno è impopolare: sembra una cattiveria impedire di fare una legge a tutela di una parte – sottolinea Valentina Paoli, sorda dalla nascita –. Ma già ora la sordità è ampiamente tutelata in tutti i sensi. La proposta di legge 4207 sposta invece l’attenzione dalla patologia all’antropologia, considerando la sordità come uno status». «Se vogliamo realizzare la partecipazione dei disabili uditivi alla vita sociale – conclude Alfio Desogus, presidente dell’Associazione retinopatici –, queste persone non devono aver bisogno dell’interpretariato. La Lis rappresenta il riconoscimento del nostro fallimento come Stato e come cittadini».

Ogni domenica, nella basilica romana di Santa Maria in Trastevere, da circa dieci anni viene celebrata una Messa nella Lingua italiana dei segni. E si organizzano anche corsi gratuiti, aperti a tutti, per impararla

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