Febbraio 2012

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SOTTO LA LENTE Favorevoli e contrari

Lingua dei segni. E della discordia

Parlare in Lingua dei segni: risorsa o discriminazione? Dibattito acceso tra i sordi: c’è chi difende le pari opportunità dell’idioma mimico-gestuale. E chi lo considera, invece, strumento di ghettizzazione

Eleonora Camilli

Quella di Giovanni Petrucci, presidente dell’Ens, è una famiglia davvero particolare. Il primo dei suoi tre figli è un sordo grave e usa la Lingua dei segni per comunicare. Il secondo, invece è sordastro e, data la sua disabilità più lieve, utilizza l’apparecchio acustico. La terza è udente, ma comunica in modo diverso con i due fratellini. «I miei figli hanno diritti ed esigenze diverse, ma tutti e tre vanno tutelati allo stesso modo. Abbiamo cercato per ciascuno lo strumento migliore che permettesse loro di esprimersi e di crescere al meglio. E credo che questo metodo valga per tutti».
Petrucci usa l’esempio della propria famiglia per spiegare la sua posizione in merito alla polemica, tutta interna al mondo dei sordi, rispetto alla Lingua dei segni.
Da quando – nel precedente governo – è arrivata in Parlamento la proposta di legge 4207, che riconosce la Lis e ne promuove l’acquisizione e l’uso, si è infatti acceso il dibattito. Da una parte c’è chi pensa che quello mimico-gestuale sia un idioma equiparabile a tutti gli altri e chi, invece, lo considera uno strumento di ghettizzazione. Secondo il presidente dell’Ente nazionale sordi, che usa personalmente la Lis per comunicare, bisognerebbe superare le rivendicazioni di parte. Ognuno dovrebbe essere libero di scegliere lo strumento che più gli si addice. «Non sono critico nei confronti di tutti coloro che sostengono l’oralismo, ma esiste anche il bilinguismo. E penso che vada tutelato. D’altronde, se così non fosse, anch’io non potrei parlare».
Più netta è la posizione del movimento “Lis subito!”, secondo cui riconoscere la Lingua dei segni significa non solo darle una dignità giuridica, ma anche assicurare il diritto alla libertà di scelta e di espressione di ogni cittadino, favorendo la piena accessibilità all’informazione e la qualità nei percorsi formativi di tutte quelle figure professionali (assistenti alla comunicazione, interpreti, docenti) che operano all’interno del mondo della sordità. «Oggi la Lis è come un figlio illegittimo, esiste ed è utilizzata, ma bisogna far finta che non sia nostra – sostengono –. Con il suo riconoscimento questa lingua avrebbe a tutti gli effetti una paternità ed entrerebbe a pieno titolo nella nostra società».

La ricerca scientifica ha scoperto che questa forma di comunicazione è una vera e propria lingua, che «con un suo sistema di simboli e regole grammaticali viene usata dai membri di una comunità e che, come tutte le lingue, muta nel tempo e nello spazio a seconda delle esigenze comunicative dei parlanti e segnanti, definendone l’identità», ribadisce il movimento. Altro

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