Febbraio 2012

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CRONACHE ITALIANE Good hospital

Qui Milano, l’assistenza è garantita

All’ospedale San Paolo un progetto della Regione Lombardia declina su misura l’accoglienza dei pazienti con ritardo mentale grave e gravissimo, deficit intellettivo, comunicativo o neuromotorio

Ilaria Sesana

«A volte ci vuole un pizzico di fantasia per visitare e fare tutti gli esami clinici a un paziente che non vuole mettere piede in una stanza dove c’è un letto».
Sorride Filippo Ghelma, chirurgo e responsabile del progetto “Dama” (Disabled advanced medical assistance) dell’ospedale San Paolo di Milano, attivo dal 2000 e – dall’anno successivo – progetto pilota della Regione Lombardia.
Una proposta di accoglienza ospedaliera pensata su misura per rispondere alle esigenze di persone con ritardo mentale grave e gravissimo, con deficit intellettivo, comunicativo o neuromotorio. Pazienti che non collaborano e, per questo, talvolta devono essere sedati. E che non riescono a spiegare al medico i propri sintomi.
«Soffrono due volte. Perché hanno un problema di salute ma non sono in grado di raccontarlo», sottolinea Edoardo Cernuschi, fondatore di Ledha (Lega per i diritti delle persone con disabilità). A oggi, sono circa 4.300 le persone con gravi disabilità prese in carico da “Dama” (dati aggiornati al novembre 2011, ndr). «In base alle nostre forze, potremmo avere in carico tra i 2.500 e i 3mila pazienti. Siamo un po’ in affanno», ammette Ghelma. Basti pensare che nel piccolo day hospital del progetto (quattro letti) si alternano fino a 25 pazienti al giorno: «Ai quali bisogna aggiungere le urgenze – puntualizza –. Il record è di 28 persone».

Del resto, il San Paolo è una delle poche strutture in Italia a offrire un’assistenza sanitaria adeguata a persone con ritardo mentale grave e gravissimo. Un modello organizzativo costituito da un call center, un percorso dedicato all’urgenza, un day hospital per gli iter di inquadramento e valutazione breve, infine percorsi ambulatoriali facilitati. «Nel caso si debba, per esempio, eseguire una tac in sedazione – spiega il medico –, occorre avere a disposizione contemporaneamente il macchinario, il radiologo e l’anestesista. Noi abbiamo cercato di spianare la strada a questi pazienti, creando un’équipe di sanitari ad hoc».
Nello specifico si tratta di cinque specialisti (due chirurghi, due internisti e un pediatra che coordina l’attività sui bimbi) e un gruppo di infermieri. A completare il gruppo, una piccola squadra di volontari selezionati, formati e garantiti da Ledha. «A loro spetta il compito di fare da “mediatori culturali” tra noi e la famiglia dei pazienti. Due mondi che, spesso, parlano lingue diverse», sottolinea Ghelma.
A undici anni dall’inizio della sperimentazione, “Dama” può essere definita un’esperienza di successo. E non solo per i numeri: «Uno dei nostri migliori risultati sta nel fatto che il numero di accessi al pronto soccorso è pratica-

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