Febbraio 2012

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mo oggi. Siamo tutte persone con bisogni ed esigenze diversi sia dal punto di vista delle funzioni, sia dal punto di vista del pensiero. Evitiamo di appiattirci su questa etichetta, meglio la definizione più olistica di persone e di esseri umani.

Persona con disabilità

È il termine usato dalla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità dell’Onu, divenuto standard internazionale. Il termine “persona” non descrive un individuo con un attributo che è solo una parte di esso (come per esempio invalido, disabile, diversabile, ecc.), usando un termine (persona) che è neutro, in quanto non ha caratteristiche né positive né negative, e un significato (e valore) universale per tutti gli esseri umani.
Il concetto di disabilità poi «è il risultato dell’interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali ed ambientali, che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri». Quindi non sono le caratteristiche soggettive delle persone a creare svantaggio ed esclusione sociale.
La particella “con” infine rende esplicito che la disabilità è responsabilità sociale, creandosi solo in determinate condizioni: quando una persona in sedia a rotelle incontra una scala, un cieco un testo stampato, quando si parla alle spalle di un sordo.

Giampiero Griffo

Attivo da 40 anni nel campo della tutela dei diritti umani delle persone con disabilità, è membro del Consiglio mondiale di Disabled Peoples’ lnternational, del board dell’European Disability Forum per conto del Forum italiano della disabilità e della Federazione italiana per il superamento dell’handicap (Fish)

Storpio

Letteralmente è un aggettivo che indica persona deforme nelle braccia o nelle gambe, divenuto poi sinonimo di impedito e sciancato. L’espressione è diventata negativa nell’uso che indica l’intera persona a partire da una sua specifica caratteristica. È sempre il trasformare la parte per il tutto (figura retorica della sineddoche) a essere fonte di discriminazione.
In realtà, nelle sue origini etimologiche incerte, l’espressione ha già un’accezione negativa. Stando al letterato Ludovico Antonio Muratori (1672-1750), infatti, viene dal latino turpis, che significa brutto, riferito non solo alla deformità corporea, ma anche, per esempio, a un’alterata pronuncia delle parole. Nel linguaggio corrente ha comunque svolto la funzione di indicare una tipologia di persone con una disabilità.
Il sostantivo è stato poi usato anche in registri più elevati, rendendo implicito il significato negativo, per indicare la tipologia di persona. Nella disciplina dell’ortopedia, ancora ai primi del Novecento si scrivevano trattati su storpi, paralitici e mutilati. Un testo religioso di Michael Horatczuk pubblicato in Italia nel 1959 si intitolava Anche gli storpi vanno a Dio, proprio per indicare, usando quel termine, la dignità di queste persone.
Negli ultimi decenni, il termine è parte di registri linguistici più bassi che esprimono, in antitesi rispetto ai dibattiti sulla disabilità e sulle terminologie, un vecchio modo di stigmatizzare le persone chiamandole attraverso una loro caratteristica.

Matteo Schianchi

Studia storia sociale della disabilità all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Nel 2009 ha pubblicato La terza nazione del mondo. I disabili tra pregiudizio e realtà (Feltrinelli). È autore di un blog su Superabile.it

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