Febbraio 2012

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E a proposito del termine “normale”. Oggigiorno, c’è chi pensa che gli handicappati siano persone normali, come tutte le altre. Secondo me, questa è veramente la più grande cazzata in circolazione nel mondo. Già non siamo uguali nemmeno tra noi, figurarsi se possiamo essere uguali ai “normali”. Se poi penso che i cosiddetti normali sono quelli che leggiamo sui quotidiani: il marito che ammazza la moglie, la moglie che fa fuori il figlioletto, il deputato che organizza i festini hard, la madre orgogliosa per la splendida carriera della figlia che partecipa ai festini hard del deputato... Sai cosa vi dico? Che io non solo non sono normale, ma non ci tengo neanche a esserlo!

Infelice

Quando sentirete pronunciare il termine “infelice” associato a quello di “povero”, potete scommettere che nella maggior parte dei casi ci si stia riferendo a un disabile. In realtà il cosiddetto “povero infelice” potrebbe anche essere un cieco benestante, un tetraplegico che ha vinto la lotteria, un autistico figlio di Paperon de’ Paperoni. Non servirebbe, sarebbe sempre e comunque, chissà perché, chiamato “povero” e “infelice”.
Tutti infelici i diversamente perfetti, a sentir loro. Molto più poveri di un atleta che si rovini al tavolo da gioco o di una pin-up che viva in una favela. Dove c’è bellezza e forma fisica non si sarà mai poveri e infelici, l’infelice è solo chi mostri segni di eterodossia psico-fisica. Fastidiosa sorte dei poveri infelici; ritenuti tali solo perché sono, accidentalmente, altrimenti vedenti, udenti, deambulanti, raziocinanti. I supposti “poveri infelici” però lo sanno che non è così, ma tacciono. Preferiscono essere compatiti, piuttosto che essere invidiati; sono comprensivi, ci osservano e conoscono bene quanto sia tristanzuolo il nostro essere condannati a vita alla normalità.
Tutto questo non me lo sono inventato io. Me l’ha detto un giorno il mio felicissimo figlio tredicenne, anche se per lui parlare è un vero problema.

Gianluca Nicoletti

Giornalista, opinionista e padre di un ragazzo autistico. È tra i fondatori di “UniPhantom”, associazione che studia nuove tecnologie per protesi cognitive a uso di persone disabili o svantaggiate

Matto

Non mi piace la parola matto e neppure pazzo o psicolabile. Sono parole “larghe”, sconfinanti, parole che si mangiano tutto. Inglobano la vita delle persone e non dicono nulla della sofferenza che dovrebbero rappresentare. Sono acceleratori del linguaggio, innescano uno schema in cui malattia=persona. E sappiamo da molto tempo che non è vero. Che si può avere una sofferenza mentale, anche grave, e si resta persone, cittadini, soggetti. Sappiamo che niente lega direttamente disturbo mentale a pericolosità sociale. Invece quelle parole – matto, pazzo, psicolabile – sono imbevute di un alone di pericolo. E lo espandono, togliendo a chi sta male spazio sociale e speranza di guarigione.
Parole come muri, ostacolo alla comunicazione, condanna senza appello, residuo di quei luoghi chiusi – gli ospedali psichiatrici – dove finiva chi aveva un disturbo mentale. Quindi bisogna usare altre parole. Credo sia corretto dire “persone con disturbo mentale”. E aspettare ancora un po’. Perché sull’on- 

Massimo Cirri

Psicologo e giornalista. Ha lavorato per 25 anni nei servizi di salute mentale del Servizio sanitario nazionale. Conduce Caterpillar su Radio 2, con Filippo Solibello

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