Febbraio 2012

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L’INCHIESTA Le parole per dirlo

persona, l’handicap deriva dal contesto. Vi faccio un esempio: io che sono su carrozzina, entro in un bar per bere un Martini e incontro all’entrata tre gradini. In questo caso il mio deficit resta invariato, mentre il mio handicap aumenta. Se invece di fronte al bar trovo una rampa, il mio deficit resta sempre uguale a differenza del mio handicap, che diminuisce. Ma c’è dell’altro. Quando entro nel bar, tutti si girano a guardarmi con gli occhi pieni di curiosità. Anche in questo caso il mio deficit resta invariato, ma ora vi chiedo: l’handicap di chi è? Solo di chi guarda, che non sa come rapportarsi con me e il mio deficit. Tutto ciò apre una riflessione interessante: il deficit è solo mio, l’handicap coinvolge tutto il contesto intorno a me.

Disabile

Il problema di questo aggettivo è che si è trasformato in sostantivo. Ecco perché alla fine è stato necessario articolare il pensiero fino a giungere, in sede di Nazioni Unite, a “persona con disabilità”. Disabile di per sé infatti è una evoluzione intelligente di handicappato. Meno greve, meno stigmatizzante, ma pur sempre in negativo, con quel prefisso “dis” che connota la parola, e dunque anche la condizione umana. Disabile però è un termine onesto, in qualche modo ragionevole e realistico. È quasi il naturale punto di congiunzione tra ciò che pensa la gente e la realtà di chi vive su di sé la condizione di disabilità, motoria, sensoriale, intellettiva. È un termine molto generico, non particolarmente offensivo, ma tale comunque da connotare la persona, dimenticando di confrontare la sua situazione con l’ambiente che la circonda, e con il contesto sociale e culturale nel quale è inserita. Non a caso, ormai un bel po’ di anni fa, ho pensato a “SuperAbile”, quale nome del progetto che Inail stava realizzando. Un gioco di parole, ma anche, in qualche modo, il tentativo semantico di esorcizzare e di ribaltare un altro “luogo comune”.

[Franco Bomprezzi]

Handicappato

Abitualmente ci chiamano con una miriade di nomi tutti diversi: disabili, invalidi, invalidi civili, ipocinetici, affetti da deficit motorio che, a sentirlo, sembra si tratti di un nuovo modello di scooter... Addirittura ci chiamano diversamente abili! Che tu stai tutta la vita a chiederti: «Ma a che cosa sarò abile io? Non potevano spiegarmelo una volta per tutte?». Questo “accanimento terapeutico” nell’uso dei sinonimi ci crea delle crisi d’identità pazzesche, tanto che non sappiamo più chi siamo! Forse qualcuno si sente più sollevato nell’usare questi eufemismi, pensando di essere un intellettuale alla ricerca di un linguaggio democratico e sensibile. Guardate che anche se siamo handicappati, non siamo mica scemi... non tutti, almeno. Pensate poi se questa abitudine si diffondesse ad altre categorie... Sai che confusione! Pensate se invece di “povero” si cominciasse a dire “diversamente ricco”, oppure invece di “stupido”, “diversamente intelligente” o ancora, se invece di “delinquente” si dicesse “diversamente onesto” e così via a prendersi per il culo, convinti pure di fare una buona azione. Ma dico io, chiamateci “handicappati”: semplice, chiaro... normale!

Zanza

Spastico dalla nascita, con le gambe a X e le braccia che salutano l’uomo invisibile, David Anzalone detto Zanza è un comico fuori dal comune. Non è “normale” e non ci tiene a esserlo. Per Mondadori ha pubblicato Handicappato e carogna

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