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Commossi o smossi?

Riflessioni a partire da un articolo di Marina Cuollo sulla rappresentazione delle persone con disabilità nei media audiovisivi

11 ottobre 2021

BOLOGNA - Vasco Rossi dice in una sua canzone “sono ancora qua… eh, già!” ma a fare cosa?  Pochi giorni fa, navigando sul web, mi sono imbattuto in un articolo di Marina Cuollo sul magazine online Vanity Fair che parla della rappresentazione delle persone con disabilità nei media audiovisivi.  ’analisi dell’autrice inizia con la presentazione di alcuni dati sulla scarsa presenza di persone con disabilità in questo ambito e prosegue con delle riflessioni sugli aspetti più complicati di questo fenomeno, qualora avvenga. 

Cuollo riporta così le evidenze di questi studi: “per quanto siano migliorate le cose, la presenza di persone disabili sullo schermo è ancora molto bassa. Secondo il report del GLAAD, l’organizzazione americana nata per contrastare la discriminazione delle persone LGBTQ+ nei media, la rappresentazione delle persone con disabilità in Tv nel 2019-2020 era solo del 3,5%”. 

In questo testo emerge un quadro generale nel quale “la disabilità si manifesta intorno a noi più spesso di quanto si pensi, eppure le persone nutrono ansie inespresse sulla possibilità di diventare disabili, o che qualcuno intorno a loro lo diventi. I prodotti di intrattenimento alludono di frequente a queste paure, affrontando l’argomento in modo obliquo, frammentato, cercando di rassicurare le persone non-disabili”. 
Nonostante Marina Cuollo esprima queste visioni anche alla luce della programmazione dell’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, io ritengo che questo argomento possa essere declinato anche ad esempi molto più “quotidiani” della nostra televisione. Nel programma “Il Grande Fratello Vip”, in onda ultimamente su canale 5, ha fatto discutere la presenza di Manuel Bortuzzo, ex nuotatore, ora persona con disabilità a causa di un incidente. La sua figura in un programma con una così grande eco ha messo in discussione i modi “corretti” per rappresentare la disabilità. Sebbene infatti la storia ed il vissuto di Bortuzzo siano meritevoli di validità, non dobbiamo dimenticare che i prodotti audiovisivi arrivano ad un grande numero di persone, influenzandone l’opinione. 

Ritengo che la presentazione della disabilità e il dibattito che ne scaturisce siano generalmente su di un livello piuttosto semplice, pertanto ben vengano figure con Bortuzzo che portano la loro esperienza davanti ad un pubblico così ampio. Tuttavia mi chiedo, a che prezzo avviene questo? Non si rischia forse di banalizzare temi importanti, pur di rendersi comprensibili ai più?

Marina Cuollo nel suo intervento parla anche del rischio di un trattamento “melodrammatico” della disabilità, una via purtroppo ancora molto percorsa nella descrizione mediatica e che io ritengo debba essere accantonata, in favore di una narrazione più veritiera e meno banale. A tal proposito, hanno per me grande valore le parole che il Presidente italiano del comitato paralimpico Luca Pancalli ha pronunciato in occasione della cerimonia di ricevimento degli atleti al Quirinale: “non vogliamo commuovere, ma smuovere”.

E voi? Volete commuovere o smuovere?

Scrivete a claudio@accaparlante.it oppure sulle mie pagine Facebook e Instagram.

di Claudio Imprudente

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