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Non restare chiuso qui, pensiero

“Non restare chiuso qui, pensiero/Riempiti di sole e vai, nel cielo […] Sono un uomo strano ma sincero/ Cerca di spiegarlo a lei, pensiero “...così cantavano e continuano a farlo i Pooh.

3 dicembre 2019

Un incipit a cui ho pensato subito non appena, qualche tempo fa, sono inciampato nelle parole del collega Tonino Urgesi, classe 1963, esperto e formatore sui temi della diversità e della disabilità, a sua volta con tetraparesi spastica dalla nascita.
 
Tonino, riprendendo le suggestioni offertegli dalla visione della mostra Corpi, dedicata ai dipinti della pittrice messicana Fabiola Quezada, riflette oggi molto profondamente sul concetto di corpo e soprattutto di organismo, legandolo alla vita della persona con disabilità, in tutti in suoi aspetti, dalla gestione del quotidiano alla sessualità.
 
Una riflessione complessa, la sua, in cui a colpirmi è stata soprattutto una definizione, quella cioè di “corpo-pensiero”, o meglio, di “un corpo che si rende pensiero”.
 
Che cosa vuol dire? Non serve in realtà essere filosofi per comprendere appieno questo concetto e persino la canzone dei Pooh, se la leggiamo con attenzione, potrebbe venirci in aiuto. Ci parla infatti di un’apertura, di una strada possibile e non è un caso.
 
Il corpo tanto per cominciare è un organismo fatto di carne e bisogni che sono legati al desiderio, un desiderio proprio di necessità fisiologiche e un desiderio che vive e si esplicita nella relazione tra sé e il mondo.
In entrambe queste zone fa capolino il nostro pensiero, ciò che pensiamo e che ci serve per mettere in atto delle azioni al cui centro c’è sempre il corpo. Quando mettiamo in atto un’azione infatti, anche la più semplice, come bere un bicchiere d’acqua, scegliamo o non scegliamo di far fare al nostro corpo qualcosa, di metterlo “nella condizione di”.
 
Lo facciamo tutti, spesso senza accorgercene, ma quando il corpo che sceglie è un corpo disabile tutto si complica, serve qualcuno che possa creare quella condizione e ogni passaggio diventa importante.
 
Coltivare la propria capacità di scelta non è certo un fatto immediato, è qualcosa che si conquista e che richiede una buona dose di allenamento.
 
Fare in modo che il corpo agisca seguendo il pensiero è infatti difficilissimo per chiunque perché condizionati da numerosi fattori, di contesto e relazionali. Nel caso della disabilità, come nota Tonino, è proprio il contesto in cui ci si muove che non deve diventare “disabilizzante”, cioè non rendere capace la persona di esplicitare ed essere il suo pensiero perché ritenuta incapace o perché dipendente dalle azioni di chi ci aiuta ma la pensa diversamente.
 
Una bella contraddizione di termini, non sempre facile da digerire da entrambe le parti. Quando il deficit è prettamente motorio piano piano ci si fa la scorza e si impara, come mi piace dire, a “diventare padroni della situazione”. Quando il deficit è cognitivo è chiaro invece che le difficoltà crescono ma alcune autonomie, anche le più piccole, possono essere con il tempo conquistate.
Uscire la sera, decidere dove andare in vacanza e con chi, fare sport e via dicendo sono scelte che si fanno solo se vissute all’interno della relazione con l’altro.
 
“ Il corpo che vive in un contesto disabile può vivere la propria scelta? - si chiede allora Urgesi -. La può vivere solo a una condizione: se viene vissuto interamente fuori da quel contesto organico e se ogni scelta che il corpo vuole esaudire può essere realizzata estrapolandolo da quel suo contesto sociale disabilizzante”.
 
E poi ci sono le emozioni, l’amore e la sessualità e quello al di là del sesso, in cui “la sessualità è tutto il concetto di trovarsi nell’altro”…
 
E su questa splendida frase mi fermo, perché merita davvero una riflessione a parte.
 
Non mi resta che ringraziare il mio collega per gli spunti che ha scelto di condividere e i Pooh per farmi sempre canticchiare …
 
E voi, siete in grado di agire i vostri pensieri?
 
Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina Facebook.

di Claudio Imprudente

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