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Fatti di scuola

“Per fare una scuola, che cosa ci vuole?”: riflessioni in vista del convegno, promosso dalla casa editrice La Meridiana, che si terrà il 25 e 26 ottobre a Molfetta

17 ottobre 2019

Quando ero bambino ascoltavo la canzone del noto cantautore Sergio Endrigo, Ci vuole un fiore, che come tutti sapete fa così: “ Per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare il legno ci vuole l'albero...”, mai credendo che in realtà fosse del grande maestro Gianni Rodari.
 
Proprio alcuni giorni fa, la riascoltavo e mi sono chiesto: “Ma per fare una scuola cosa ci vuole? Da dove si comincia?”; la risposta l’ho trovata nell’ambito del convegno Fatti di scuola, promosso dalla casa editrice La Meridiana, che si terrà il 25 e 26 ottobre 2019, presso l’Aula Magna Pontificio Seminario Regionale Pugliese “Pio XI” di Molfetta (BA); qui sarò relatore assieme alla fisica Michela Prest e alla scrittrice Valeria Parrella, autrice del romanzo Almarina.
 
Il tema portante del convegno sarà il rapporto tra scuola e comunità.
 
Un legame indissolubile lega queste due “parole-mondo” che racchiudono volti, azioni, impegno e ricadute concrete che ci accompagneranno dai banchi di scuola alla vita adulta.
 
Ciascuna è interdipendente dall’altra. Non c’è ovvero scuola senza comunità e viceversa.
 
Chi si occupa di educazione lo sa bene, è il connubio che lega le persone con l’altro da sé, che produce valore e cambiamenti dal bambino al gruppo classe fino alla società nel suo complesso.
 
Che cosa succede però quando questo legame si spezza? Succede che ci si isola, ci si adagia sulle proprie comodità e sicurezze, si resta fermi al punto di partenza ed è proprio lì, dove non c’è scambio, movimento e confronto che rischiano di farsi strada difficoltà e pregiudizi.
 
Tenere saldo questo legame e riallacciarlo dove necessario è proprio la sfida che ora ci propone la nota casa editrice.
 
Nel mio intervento, Nessuna scuola può essere normale, cercherò di approfondire ulteriormente la questione, a partire dalla mia esperienza di studente e da quello che ogni giorno ascolto e osservo nel mio lavoro.
Tutto questo perché una scuola inclusiva non può restare autoreferenziale, ma deve aprirsi alla comunità, creare uno scambio con essa, nuove reti con il territorio e i contesti che vi ruotano attorno.
 
Nell’attesa di vederci il 25 ottobre a Molfetta, vi regalo questa bella definizione di comunità nata da una riflessione intrapresa con alcuni colleghi con disabilità e non del Progetto Calamaio, che credo arrivi dritto al punto:
 
“La comunità è un gruppo di persone che si riuniscono in uno stesso spazio e in uno stesso tempo per condividere insieme delle forme di desiderio. La comunità è un cerchio che disegna un’identità negli occhi di chi ci si siede dentro. Prima e dopo la propria nascita il cerchio fa esistere i suoi membri anche al di fuori della sua circonferenza perché gli dà un nome e uno scopo. Ci sono vari tipi di comunità ma in quasi tutte attori e spettatori sono la stessa cosa. Ogni componente della comunità è tenuto a rispettare delle regole e a metterle costantemente in crisi per il benessere di tutti. In una comunità non sei mai solo”.
 
E per voi, per fare una scuola ,cosa ci vuole oltre ad un fiore?
 
Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina Facebook.

di Claudio Imprudente

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