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Uomini e donne di domani

Crescere vuol dire sapersi confrontare con la diversità, sapersi mettere in discussione. I bambini, stranieri, disabili e non, dalla scuola finiranno per uscire e quello che faranno dipenderà anche da quello che avranno o non avranno imparato in termini di confronto con la diversità e di messa in gioco di sé

21 agosto 2019

Vacanze agli sgoccioli, cari ragazzi. Ultimi tuffi al mare, ultime passeggiate su sentieri di montagna.
E tra un paio di settimane si riparte per un nuovo anno scolastico, mentre già da qualche tempo si parla sui media di classi con troppi stranieri, classi con troppi italiani, classi con pochi insegnanti, classi senza insegnanti di sostegno… Al solito, non ci facciamo mancare nulla.
 
Le difficoltà nelle classi italiane sono tante, inutile nasconderci dietro un dito, ma le possibilità che queste criticità comportano sono altrettanto numerose.
 
Le nostre aule sempre più multiformi, con tantissimi bambini e ragazzi stranieri, di cui alcuni appena arrivati e da alfabetizzare, e classi con studenti con disabilità che in alcuni casi possono creare disagi nel seguire la didattica prefissata.
 
Proprio da queste criticità dobbiamo partire per trasformare le paure in possibilità e quelli che sembrano limiti in risorse.
 
Tutti noi addetti ai lavori, insegnanti, educatori, mediatori, pedagogisti e chiaramente le famiglie, in queste difficoltà dobbiamo trovare la chiave per valorizzare le differenze, per rendere risorse le identità più differenti.
 
Il primo rischio da evitare è in questo caso un’uniformità di richiesta, di pretendere cioè da tutti lo stesso rendimento, lo stesso comportamento e gli stessi obiettivi.
 
Crescere, sia dal punto di vista culturale che da quello identitario, vuol dire invece sapersi confrontare con la diversità, sapersi mettere in discussione. Non dimentichiamo infatti che i bambini, stranieri, disabili e non, dalla scuola finiranno per uscire e quello che faranno dipenderà anche da quello che avranno o non avranno imparato in termini di confronto con la diversità e di messa in gioco di sé. Lavorare nelle scuole da sempre vuol dire lavorare per formare, lavorare per il futuro della persona in modo stimolante e autonomo.
 
Perché gli alunni che siedono sui nostri banchi oggi saranno gli uomini e le donne di domani.
 
Per chiudere cito le parole di Re 33, protagonista di un mio libro per ragazzi che ben conoscete (“Re 33 e i suoi 33 bottoni d’oro” ,ed. la Meridiana) che ricordava come la giustizia non fosse dare a tutti la stessa cosa ma dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno.
 
Guardarsi, poi osservarsi, poi riconoscersi. Senza più il facile slogan del “tutto per tutti”. Ma a ciascuno ciò che serve.
 
E voi bambini, ragazzi, genitori ed insegnanti… Siete pronti a questo nuovo anno?
 
Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina Facebook.

di Claudio Imprudente

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