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Essere padri

Quando per convegni, formazioni e incontri in giro per l’Italia mi capita di confrontarmi con madri di ragazzi con disabilità, molto spesso il padre è al lavoro o in altri casi, mentre la madre mi parla, è un passettino indietro…

8 luglio 2019

per convegni, formazioni e incontri alla cittadinanza sono in giro per l’Italia mi capita quasi sempre di confrontarmi con madri di ragazzi con disabilità. Molto spesso il padre è al lavoro o in altri casi, mentre la madre mi parla, è un passettino indietro.
 
Il lavoro dei papà , benché enorme, resta il più delle volte un po' oscuro.  Di sicuro è un ruolo meno definito, soprattutto nei primi anni di vita del figlio, e in certi casi è un ruolo avvolto dai pregiudizi. Eppure ogni volta che mi capita di incontrarli mi rendo conto di come il ruolo paterno sia in realtà fondamentale, a livello educativo e sociologico.
 
Nella mia vita è successo un po' lo stesso. I miei genitori, e ne parlo continuamente, sono state le basi su cui ho costruito il mio essere uomo. La maggioranza degli episodi che racconto vedono come protagonista mia madre Rosanna ma il ruolo di Antonio, mio padre, è stato per me imprescindibile. L’ho ricordato in un articolo scritto per la festa del papà di qualche anno fa, raccontando tutti gli assist che mi ha fatto durante il nostro percorso insieme. Il cross decisivo ricevuto da papà Antonio è stato senz’altro quello della fiducia. Ma nei suoi cross c’era tanto altro. C’era una consapevolezza verso suo figlio, c’era empatia, c’era il bisogno di non fermarsi di fronte a nulla, di guardare avanti, di allargare la prospettiva senza curarsi troppo dello sguardo giudicante dei tanti   spettatori.
 
Oggi mi capita sempre più spesso di avere accanto dei papà, più e meno consapevoli del loro ruolo decisivo.
 
Per questo, per riportare al centro questa figura essenziale, ci tengo a riportarvi ora alcuni estratti nati dal dialogo con due papà di persone con disabilità, che ho avuto la fortuna di conoscere bene e che stimo profondamente. Due papà con esperienze e idee di fondo diverse, le cui parole, potranno ispirare, credo e spero, tanti altri giovani papà.
 
Il primo è il mio amico cagliaritano Marco Espa, tra i fondatori dell’ABC Associazione bambini cerebrolesi. Rimane ancora oggi il papà di Chiara. Chiara è andata in cielo nel 2014, a 27 anni. “La situazione di estrema gravità alla nascita le dava un’aspettativa di vita di un anno al massimo- racconta Marco- e, proprio per la situazione di partenza di Chiara, credo di aver potuto fare un’esperienza di padre molto intensa e particolare… Posso dire che di fatto il mio essere padre voleva dire seguire Chiara, sentire Chiara, capire la strada e la misura giusta per tutti, inclusiva e non discriminatoria. Bisognava che io non rinunciassi ai miei compiti di cura per non perdere anche la comunicazione sensoriale con mia figlia che lanciava messaggi in ogni maniera… Non rinunciare ai compiti di cura è stato per me fondamentale per tutto il dispiegarsi delle conquiste fatte per mia figlia e per decine di migliaia di disabili gravi in Sardegna. Assumere una veste non di “mammo” dunque, ma anzi, agire sulla base di una grande differenziazione di ruoli e responsabilità”.
 
L’altro padre a cui voglio dare voce è il milanese Massimiliano Verga, scrittore e docente universitario, che in ben due libri (Zigulì e Un gettone di libertà, entrambi editi da Mondadori) si è raccontato e ha raccontato il rapporto con il proprio figlio con disabilità.
Dalla felicità di essere padre, per la prima volta, di Jacopo alla dolorosa presa di coscienza di cosa significhi esserlo di un figlio “diverso”, passando attraverso inevitabili momenti di sconforto, rabbia e impotenza, ma anche tutte le piccole e grandi conquiste e gioie quotidiane, ecco la straordinaria testimonianza, ancora una volta tremendamente cruda e insieme dolcissima, di un uomo coraggioso che cerca ogni giorno di dare un senso al suo ruolo di padre, cioè alla sua vita.
 
“La paternità non è un fatto di sangue. Per come la vedo io, la paternità è qualcosa d’altro: è un susseguirsi di domande e voglia di esserci. Non esiste un manuale di istruzioni sulla paternità buono per tutte le occasioni. Esiste soltanto una risma di fogli bianchi che i tuoi figli ti aiutano a riempire. Fogli pieni di inevitabili errori, poesie improvvisate, arrabbiature ricorrenti, dolci sorprese. Fogli dove giorno dopo giorno annoti i tuoi goffi tentativi di regalare loro il dono più prezioso: quello di essere liberi e di non rinunciare mai a essere se stessi. Dei miei tre figli, uno è disabile. Moreno non vede, non parla e non può capire quasi nulla di quello che gli succede intorno. Moreno non sarà mai un uomo libero, anche se io fossi il padre migliore del mondo. Perché Moreno non può scegliere. Con Jacopo e Cosimo posso provare a mettere nelle loro tasche un gettone di libertà. Magari minuscolo e un po’ ammaccato. Ma posso sperare di riuscirci. Con Moreno, invece, so che non sarà mai possibile. Insomma, ho imparato presto che alcune partite non si potranno mai vincere (in questo, essere interisti aiuta…). E col tempo ho anche imparato che, in ogni caso, non è soltanto la tua responsabilità di padre a importi di giocarle. Perché quelle partite meritano di essere giocate comunque, anche se sai che non porterai a casa i tre punti. Per un motivo molto semplice: quelle partite possono essere anche tremendamente divertenti”.
 
Impossibile non immedesimarsi, come padri e come figli, nel racconto di queste due persone, comuni e straordinarie insieme.
 
Per non concludere, perché padri e figli lo si è per sempre, vi consiglio la lettura del numero di Hp-Accaparlante “Astropapà, il ruolo paterno tra stereotipi del passato e identità future”, a cura di Roberto Parmeggiani, edito da Quitadicopertina.
 
Detto ciò, non mi resta che fare due tiri a pallone e, nel frattempo, vi chiedo: e voi, che tipo di papà siete?
 
Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina Facebook.

di Claudio Imprudente

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