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Quando la bidella inclusa fa inclusione

Il viaggio di Claudio Imprudente tra gli “inconsapevoli promotori di inclusività”: dopo gli autisti che si occupano del trasporto di persone con disabilità, ecco i collaboratori scolastici…

13 settembre 2018

Vi ho già parlato tempo fa della grande considerazione che nutro per il lavoro degli autisti che si occupano del trasporto di persone con disabilità e non solo. Li avevo definiti allora degli “inconsapevoli promotori di inclusività”, grazie al loro impegno non solo per permetterci di raggiungere la sospirata destinazione ma per gli scambi, le battute,  le relazioni di qualità che sono capaci di instaurare con i passeggeri nello spazio del tragitto, a partire da quattro ruote, una sedia e un volante.
 
È chiaro che non tutti hanno sempre la necessità di essere trasportati e quindi occasione di fare queste belle conoscenze.
 
C’è tuttavia un mestiere che si avvicina molto a quello degli autisti, con cui abbiamo avuto a che fare tutti fin da bambini e che rientra appieno nella categoria degli “inconsapevoli promotori di inclusività”.
 
Mi riferisco ai collaboratori scolastici, che ai miei tempi si chiamavano ancora bidelli. Ricordo bene i miei, quando alla scuola elementare mi chiamavano fuori dalla classe a ricreazione per fare delle lunghe chiacchierate.
 
Oltre ai racconti e a qualche gossip i bidelli finivano spesso per offrire un sostegno molto pratico a docenti e studenti, aiutandoli negli spostamenti e nell’allestimento delle sale, al momento del pranzo, al bagno, oltre, ovviamente a essere sempre in prima linea all’accoglienza e all’uscita, finendo così per instaurare un rapporto di fiducia con i familiari dei bambini, che finivano per conoscere molto da vicino, nelle loro abitudini del quotidiano.
 
Oggi le cose sono cambiate, tanti e spezzettati sono i ruoli e le figure che svolgono le mansioni che un tempo erano di uno solo.
 
Eppure non tutti i mali vengono per nuocere, anzi. A Bologna, per esempio, al liceo Salvemini, è spuntata fuori una bellissima novità. Si chiama Sara e oltre a essere un’inconsapevole promotrice di inclusività  è anche oggetto di inclusione.
 
“Sara, che di cognome fa Yakoubi, metà sangue (materno) polacco e metà (paterno) tunisino, ha 22 anni e fa la collaboratrice scolastica al Salvemini di Casalecchio. Ci sono volute molte battaglie burocratiche, ma alla fine la scuola, fiore all’occhiello di Bologna per l’inclusione degli studenti disabili, ce l’ha fatta a farle ottenere un tirocinio formativo nello stesso edificio dove la ragazza ha prima preso un attestato di competenza e dove ora frequenta i corsi serali per conseguire il diploma. In pratica il Salvemini, confermando la sua inclinazione di scuola dedita all’inclusione e al sostegno, l’ha adottata… Sara si allarga in un sorriso, guarda la vicepreside: «Questa è la mia famiglia ormai». E le famiglie buone, si sa, sono quelle che danno gli strumenti giusti per farcela da soli. «Mi mancano alcune cose a causa della sindrome di Down — dice Sara — ma alcune le ho compensate con l’aiuto di chi mi è stato più vicino. E quando l’ho capito, mi sono detta: “Wow, allora lo posso fare anch’io”». Sì, lo può fare anche Sara. E tutti quelli come lei che hanno entusiasmo e alle spalle persone con più entusiasmo di loro.”
 
Permettere a una persona con disabilità tutto questo non è stato facile, ci è voluta la costanza di una vicepreside combattiva, una legislazione aperta e soprattutto una scuola che è stata capace di dare fiducia a un “inconsapevole promotore di inclusività” e non ha avuto paura di aggiungere un pezzo, di fare a sua volta inclusione.
 
Questa è la scuola che combatte, che accoglie, che educa al lavoro e al rispetto per la diversità.
 
E voi, ricordate quante volte vi siete fermati a chiacchierare con i vostri collaboratori scolastici?
 
Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina Facebook.

di Claudio Imprudente

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