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Il medico funambolo

Filippo, come ama farsi chiamare il dottore che ai suoi pazienti dà sempre del tu, ha aperto la strada a un servizio capace di accogliere la persona con disabilità in ospedale, coinvolgendo intorno a lei specialisti, infermieri e familiari, mettendo sempre al centro la personalizzazione della cura e i bisogni di partenza del paziente

5 marzo 2018

Re, torri, alfieri, cavalli e pedoni sono sempre stati per me personaggi un po’ ostici. Al gioco degli scacchi, devo confessarlo, sono una vera schiappa. A dama però è tutta un’altra storia, lì sì che sono un abile stratega, mi basta uno sguardo e riesco a precedere le mosse del mio avversario. Come dite? A quando la prossima partita? Ma no! Cosa avete capito? Non sto parlando del noto gioco da tavola ma di una dama che è proprio una gran signora, una bella novità che vi permetterà di prendervi cura della vostra salute ricevendo un’accoglienza da veri principini.
 
DAMA (Disabled Advanced Medical Assistance) è un progetto che nasce su iniziativa del medico Filippo Ghelma dell’Ospedale S. Paolo di Milano e sostenuto, tra gli altri, dall’associazione Spes contra spem di Roma, i promotori della Carta dei diritti delle persone con disabilità in ospedale. Filippo, come ama farsi chiamare il dottore che ai suoi pazienti dà sempre del tu, ha aperto la strada a un servizio capace di accogliere la persona con disabilità in ospedale, coinvolgendo intorno a lei specialisti, infermieri e familiari, mettendo sempre al centro la personalizzazione della cura e i bisogni di partenza del paziente.
 
Accade spesso infatti che quando una persona con disabilità deve andare in ospedale per svariati motivi non viene accolta come dovrebbe, il personale il più delle volte è impreparato a relazionarsi, prima di tutto umanamente, con il paziente cosiddetto “complesso”. Filippo, dopo anni di lavoro, ha intuito che la complessità è prima di tutto una percezione esterna che può essere semplificata quando le diverse competenze imparano a dialogare tra loro e si mettono in ascolto dell’altro. Il modello di accoglienza ospedaliera DAMA, il primo sul panorama nazionale, ha permesso a 5.700 pazienti con grave disabilità di essere presi in carico. Il modello, che ha cercato elaborare strategie per ottimizzare spese e risorse, riuscendo a coinvolgere anche oltre 10 specialisti in confronti e diagnosi giornaliere senza per questo influire sull’andamento dei vari reparti, è stato un vero successo.
 
Quando leggevo le imprese di questo medico “funambolo”, così come è stato definito il Dottor Ghelma, mi è venuto subito in mente il lavoro di Riziero Zucchi, il noto pedagogista dei genitori che teorizzò l’importanza dell’alleanza del villaggio. La pedagogia dei genitori, infatti, si fonda su un patto, un patto tra famiglia, ambito educativo e sanità, che mette il contesto a fondamento dello sviluppo del bambino, della qualità della vita dei genitori e della società tutta, a cui tutti concorrono senza deleghe e gerarchie. Il progetto DAMA ha fatto la stessa cosa, ha portato il villaggio in ospedale.
 
Oggi DAMA è attivo in diverse regioni, oltre la Lombardia ci sono Emilia Romagna, Toscana, e Lazio ma, visto il boom di richieste, è necessario che il progetto non sia esportato solo in maniera episodica ma stabile, che da opportunità si trasformi in servizio, facendo rete con l’Asl, i medici di base, i territori e le autorità regionali. Non si può che sostenere quest’idea del medico funambolo, che ha aiutato molti e che come un vero Philippe Petit ci ricorda che “senza creatività non c’è vita”. Che dire, non vedo l’ora di giocare a dama con la DAMA!
 
Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina Facebook.

di Claudio Imprudente

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