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La festa dell’inclusione

Inchiostro, la rubrica di Claudio Imprudente. Settembre è mese di festeggiamenti, è tempo di grandi ritorni e di nuovi inizi. E quest’anno c’è un motivo in più per festeggiare

14 settembre 2017


Settembre… Mese di festeggiamenti, tempo di grandi ritorni e nuovi inizi. Dalla scuola alle attività lavorative, dalle passioni del tempo libero agli incontri con gli amici e i compagni dopo le vacanze… Quante emozioni! Le prime settimane d’autunno rappresentano sempre per grandi e piccoli un momento di eccitazione e fermento, in cui ci si chiede, tra aspirazioni e preoccupazioni, di quali colori si tingerà la nostra nuova, imprevedibile, annata scolastica.

Quest’anno poi c’è una ragione in più per festeggiare.

Sono passati 40 anni dall’effettiva attuazione della prima legge sull’integrazione scolastica del 1977, preceduta a sua volta dal documento della grande Franca Falcucci che, due anni prima, ne aprì la strada. 

Grazie a quel pezzo di carta è cambiata la vita per tanti bambini e ragazzi con disabilità, che da allora popolano le classi delle scuole italiane come tutti gli altri, acquisendo il diritto di diplomarsi ed, eventualmente, di proseguire il proprio percorso di studi e frequentare l’Università.
Un percorso che, nonostante i buoni risultati raggiunti e il plauso internazionale, è ancora in divenire e che nel tempo si è strutturato con gradualità, non senza qualche ostacolo e bastone tra le ruote.

Ce lo racconta la mia collega Stefania Baiesi, classe 1969, formatrice con disabilità del Centro Documentazione Handicap di Bologna, che sulla sua pelle ha vissuto quegli anni di lotta e cambiamento: “Inizialmente il mio percorso di integrazione all’interno della scuola è stato costellato da non poche difficoltà, che hanno messo a dura prova la mia pazienza e quella dei miei genitori, soprattutto alle elementari. Tanto per cominciare gli insegnanti cambiavano ogni anno, quindi era difficile trovare un riferimento con cui imparare ad orientarsi, inoltre, a causa di un dirigente scolastico molto anziano, che riteneva non avessi le adeguate capacità per comprendere, ho passato un anno in cui sono andata a scuola per soli 3 mesi, che rabbia! Anche con i compagni non è stato subito facile, mi prendevano in giro, addirittura una insegnante mi ha proposto di cambiare classe, ma io non ho voluto, complice l’amicizia con una compagna che, dall’altra parte, mi ha aperto le porte al divertimento, al confronto diretto e insegnato a rapportarmi meglio con gli altri. Alle medie infatti è andata più liscia, in quel caso grazie all’aiuto di una professoressa “illuminata”. Non dimenticherò mai quando, durante la gita di classe, mi ha tenuto la mano sull’autobus per tutto il tragitto… Non dimenticherò neanche quando uno dei miei compagni preferiti si è rotto una caviglia pur di portarmi in braccio sulle scale delle scuola  che allora,  diciamocelo, non era proprio accessibile!”.

Il racconto di Stefania ci dimostra ancora una volta come le leggi siano solo un punto di partenza per un’attuazione che si regge di fatto sulla spinta delle persone. 
L’atteggiamento di apertura che è alla base dell’inclusione non esisterebbe senza la relazione e la collaborazione tra insegnanti, dirigenti scolastici, famiglie, compagni di classe, tutti attori del processo tanto quanto l’alunno  con disabilità.

Il passaggio dall’IO al NOI è la vera rivoluzione che la Legge del ’77 ha contribuito a mettere in atto, la novità che, ancora oggi, merita di essere festeggiata, perché i diritti, anche quando acquisiti, vanno sempre ricordati.

E voi che ricordi avete degli anni ’70 così rivoluzionari e movimentati? Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina Facebook. 
 

di Claudio Im,prudente

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