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Lo spettatore inatteso

Inchiostro, la rubrica di Claudio Imprudente. Questa settimana parliamo di accessibilità alla cultura da un altro punto di vista, quello della relazione e dell’incontro in presenza. Come in un laboratorio cominciato anni fa a Bologna…

6 settembre 2017


Tra le varie esperienze estive che vi consiglio di provare c’è sicuramente quella di assistere a un bello spettacolo all’aperto in uno dei nostri teatri greci magari, come quello di Siracusa in Sicilia, o in altri magnifici antri racchiusi tra le nostre isole , che, vi assicuro, nascondono autentiche sorprese. No, non voglio farvi diventare degli esperti di Sofocle, Eschilo e Euripide ma semplicemente parlarvi di accessibilità alla cultura da un altro punto di vista.

Di certo non si può dire che il teatro greco non fosse accessibile, acustica e visibilità perfette per tutti, un grande occhio, un grande cerchio dove gli spettatoripotevano osservarsi gli uni con gli altri e riconoscere i propri interrogativi esistenziali nei personaggi rappresentati al centro della scena. Peccato, direte voi, che la disabilità all’epoca non fosse vista benissimo, ma tant’è.

Quello che mi interessa è che questo spazio porta con sé il concetto di “accessibilità” su un altro livello. Ne ha parlato con parole affascinanti il grande linguista e semiologo Roland Barthes: “Non è indifferente, è addirittura essenziale che lo spettatore sia un uomo fatto di carne, la cui sensibilità, più fisica che cerebrale, possa accogliere in ogni momento del dramma il mistero e l’interrogativo diffuso che nascono dal vento e dalle stelle”.
Oggi si parla di entrata negli spazi deputati alla cultura, teatri, musei e biblioteche mettendo spesso al centro la fruibilità delle proposte, a livello quindi in primis sensoriale, quale requisito fondamentale di accessibilità e, di conseguenza, di inclusione. In realtà c’è di più, c’è un’accessibilità che parte, come sottolinea Barthes, dall’incontro in presenza, un incontro fatto di relazioni, di dispositivi sensoriali aperti (e non necessariamente strutturati) che nascono dal confronto in carne e ossa tra attore e spettatore ma anche nella vicinanza tra gli spettatori stessi.

Ed è proprio a partire da questa prospettiva che prende il via la riflessione nata all’interno del laboratorio “ La Quinta Parete. Lo spettatore è uno sguardo che racconta”, a cura di Progetto Calamaio eCoop.Accaparlante,  oggi anche tema della monografia La Quinta Parete. Manuale per spettatori inattesi, l’ultimo numero della rivista Hp-Accaparlante del Centro Documentazione Handicap di Bologna.
Un percorso semplice e denso insieme, cominciato con la visione di oltre trenta spettacoli scelti nei principali teatri della città di Bologna dal 2012 a oggi.

Su queste visioni gli animatori con disabilità del Progetto Calamaio insieme a educatori, volontari e tirocinanti hanno prodotto delle restituzioni creative,sulla scia delle suggestioni offerte dai contenuti proposti negli spettacoli oltre che dal dialogo diretto con critici e artisti.

Un viaggio che ha cercato di creare un “terzo spazio” di confronto e che, se siete curiosi, è consultabile sul blog laquintaparete.accaparlante.it.

Quante sono oggi le persone con disabilità che abitualmente frequentano le sale dei teatri non come protagoniste di saggi e dimostrazioni spettacolari ma come spettatori tout court per il proprio gusto e piacere? In che modo la visione di uno spettacolo di qualità può influire sulla capacità espressiva e sulla crescita di una persona con disabilità cognitiva e non solo motoria? Perché quest’arte così antica  ancora resiste e ci parla così fortemente di integrazione?

All’interno del volume si è cercato di rispondere a queste e a molte altre domande, a partire dalla voce dei partecipanti al laboratorio. In questo senso anche il titolo non è casuale. “Il Teatro del Novecento è vissuto- racconta la curatrice della monografia  Lucia Cominoli- cercando di bucare e oltrepassare la quarta parete, quello spazio intercorrente cioè, secondo la nota definizione di Stanivslaskij tra la scena e il pubblico, tra il gioco della finzione e quello della realtà. Se è vero che i recenti percorsi e sperimentazioni hanno reso possibile oggi di considerare la rottura come acquisita, è lecito, tuttavia, segnalare ancora, anche nell’ambito della pratica scenica, l’esistenza di una nuova “ quinta parete da sfondare”: la scatola che rinchiude l’esperienza teatrale ma che non ci fa vedere oltre e che rischia così di diventare esclusiva. Un modo, per noi, di spingere anche le recenti ricerche nell’ambito dell’audience development a spostare sempre di più l’attenzione in direzione di queste tematiche”.

Che dire, indossate i vostri sandali alla greca e non abbiate paura di essere spettatori inattesi! Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina facebook.
 
 

di Claudio Imprudente

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